"Parte in minore", il nuovo romanzo di Tahar Ben Jelloun. Comincia come una storia rubata alla cronaca: Azel, un ragazzo marocchino con la testa piena di fantasie, sogna l'Occidente libero e ricco di opportunità. Costeggia la predicazione islamica neofondamentalista e sostanzialmente ipocrita di un conoscente, ma per fortuna non se ne lascia sedurre. Infine sbarca in Spagna grazie a un gay ricco e in qualche modo sensibile, che lo renderà suo amante, benché il giovane preferisca senza dubbio i baci della timida Siham o della vorace Soumaya. Però questo intreccio, che in fondo sembra quello prevedibile di tanti ragazzi nordafricani sbarcati sule coste europee in cerca di fortuna e riscatto, nelle mani dello scrittore magrebino, si complica e si arricchisce di una serie di storie minori, di controcanti e voci che si accavallano, fino a formare una specie di mosaico di grande finezza, dai risvolti narrativi per niente scontati, e anzi ricco di cambiamenti e di sorprese.
Direi che con questo libro Ben Jelloun ritorna, sia pure con qualche indugio, alla sua vena migliore: che è poi quella di raccontare il suo mondo - un mondo in larga misura misterioso, oscuro, anche se così prossimo al nostro Meridione - con gli occhi persi di chi a quel mondo appartiene e non appartiene. Ritorna qui il tema del sesso come chiave per aprire la porta del romanzo: in "Creatura di sabbia" e in "Notte fatale" si trattava di una sessualità fluttuante, in bilico tra maschile e femminile, in "Partire" invece l'identità ha trovato un assetto che però si sgretola via via che il racconto si svolge, complicandosi e rifrangendosi nelle sue storie minori. E' appunto la chiave del sesso, o meglio del desiderio erotico, il cuore pulsante di questo libro che, a mano a mano che corre verso il finale, migliora fino a conquistare senza riserve.
da espresso.repubblica.it




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