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sabato 19 luglio 2008

ARCHIVIO WEB FOTO EROTICHE D'EPOCA


E' nato sul web in lingua francese un archivio di fotografie erotiche d'epoca, datate tra il 1850 e il 1950. Più di 3.000 scatti in bianco e nero e color seppia sono già in linea al sito http://www.archivesderos.com/. All'origine del sito un parigino, Alexandre Dupouy, collezionista di foto spinte, autore e proprietario da anni della libreria erotica "Les Larmes d'Eros", che si trova nell'undicesimo arrondissement della capitale francese.

da studiocelentano.it

martedì 8 luglio 2008

ISABELLE DE FRISSAC


Chiamatela semplicemente Isabella, oppure Isabelle De Frissac, o ancora Duchessa dei Diavoli, ma comunque è e rimarrà il primo fumetto erotico-avventuroso italiano. L'anno è il 1966, l'idea di Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon, le tavole sono di Sandro Angiolini che ne disegnerà 119 numeri, l'ispirazione arriva da un film "Angelica la marchesa degli Angeli", e ancora una volta si compie il miracolo del cortocircuito mediatico. Isabella, novella Sheena, è una bellissima e audace ragazzina, orfana e sperduta, cresciuta in una comunità tzigana, oggi avrebbe avuto vita durissima soprattutto in Italia. In realtà la bonda spadaccina scopre presto di essere l'unica superstite di una nobile famiglia, i De Frissac, sterminata dal crudele e spietato barone Von Nutter, e consacra la sua vita alla vendetta, ma anche al piacere, e qui scatta l'assoluta novità, soprattutto alle nostre latitudini e in quegli anni, dell'introduzione a piene mani, fra le tavole "cappa e spada", di immagini di nudi femminili e maschili ai limiti del pornografico.
La sensuale Isabella Anna Margherita Montibon de Frissac, signora di Chateau Salins nel suo fumetto, grazie al tratto preciso e intrigante di Angiolini, fa sfoggio di erotismo e violenza. Tra duelli, agguati, torture, omicidi, Isabella non perde occasione per mettere in mostra il suo corpo spesso violentato con tecniche abominevoli: le trame accumulavano pretesti per far perdere alla fanciulla i pochi vestiti indossati. La duchessa si abbandona all'amore e a ogni tipo di pratiche sessuali very very mixed, dal masochismo all'incesto, passando per ogni altra pratica vi venga in mente senza soluzione di continuità e soprattutto senza star troppo a sottilizzare sul sesso dei propri partners. Suo compagno nella vita, perché pure un compagno tiene la bellissima... e nonostante tutto, e si chiama Gilbert, e pare non crucciarsi troppo dei costumi, un po' come dire, arditi e liberi, della duchessina. La quale, mai sazia, passa dalle braccia di rozzi amanti alle dolcissime carezze di sensuali e torbide ragazzine, conturbanti e insaziabili. Una rivoluzione insomma, un folgorante esempio per molte altre "peccaminose" strisce future.
Ecco come l'editore all'epoca presentava l'eroina: "Non c'è uomo che la possa domare, non c'è donna che possa superarla sia nell'ardimento che nell'amore, un amore libero come il suo cuore, cuore di giovinetta, cuore di ghiaccio, cuore di passionaria, in perfetta alternanza con le situazioni e le persone che contatta. Eroina modernissima, addirittura contestataria della propria epoca, in rivolta contro la stessa nobiltà cui appartiene avvolta da un alone splendido, rimantico, struggente, Isabella si distacca completamente da ogni altra figura apparsa nella letteratura fumettistica mondiale".
Isabella, fra un amplesso, un duello e un incontro ravvicinato, si batte per una giusta causa, la liberazione della Lorena, ma non si fa scrupoli nel torturare o uccidere i propri nemici. Il suo principale antagonista è il barone Enrich Von Nutter, un crudele feudatario tedesco che indossa una maschera di cuoio per celare il suo volto deturpato. Il rapporto che lega l'eroina sexy al suo arcinemico, è ombroso e perverso, come ci si può attendere da un fumetto di genere come questo. La bionda e procace duchessa ha dovuto sottostare più volte, e non sempre completamente controvoglia, ai desideri del crudele Von Nutter. La ricerca frenetica della libertà sessuale di Isabella, contrariamente a quello che succedeva nei fumetti di Barbarella, la capostipite planetaria del genere, non contribuisce in nessun modo all'emancipazione della donna, soprattutto, in campo sessuale. Il modello femminile, cui si ispirano gli autori del fumetto della duchessa di Frissac, è un falso. Una donna che si ispira platealmente agli atteggiamenti e ai bisogni che appartengono in modo esplicito alla sfera sessuale maschile. Ne viene fuori un modello di donna che non corrisponde ad alcuna realtà oggettiva o soggettiva cosciente. La nostra Isabella altri non era che l'uomo di quell'epoca, con tutte le sue frustrazioni e tutti i suoi complessi, ma anche con i suoi desideri più sordidi e le fantasie represse. Un tentativo di dare una verniciata di modernità a un personaggio femminile delle nuvole parlanti rimanendo ancorati a vuoti stereotipi e triti luoghi comuni sul sesso e la perversione.
E per chiudere il cortocircuito mediatico, ecco che da un fumetto tratto da un film a sua volta da un ciclo di romanzi, arriviamo di nuovo a un film. Si tratta di "Isabella duchessa dei diavoli", anno 1969, con la regia di Bruno Corbucci. Va detto anche che alla sceneggiatura troviamo lo stesso Cavedon, che poi si cimenterà anche lui in una regia cinematografica, peraltro con scarsissima fortuna. Protagonista del film sull'eroina erotica della Lorena, troviamo la piùà che sconosciuta, allora come oggi, Brigitte Skay, mentre nei panni del nemico pubblico numero uno della duchessa, il perfido barone Von Nutter troviamo Mimmo Palmara. Interessante notare fra gli altri attori la presenza di Tino Scotti, Enzo Andronico e Giacomo Furia. A onor del vero la Skay ebbe un'intensa attività lavorativa proprio in quegli anni da noi nel cinema di genere, con scollacciamenti e ammiccamenti, e produzione italo-qualcosa. La vediamo in gialli-sexy, in horror, in thriller, e anche, naturalmente, in film in costume, diretta da registi anche molto noti come Mario Bava e Carlo Lizzani.

da nuvoleparlanti.blogosfere.it

lunedì 7 luglio 2008

ESSERE GAY? UNA FAVOLA...


Nella penisola iberica il fumetto gay è entrato in una stagione decisamente florida, e tanti fumettisti più o meno promettenti hanno seguito l'esempio dei tre autori-simbolo degli ultimi anni: Sebas Martin, Ismael Alvarez e David Cantero. Rivolgendosi prettamente alla comunità gay e vivendo in maniera più che dichiarata la loro identità, questi tre artisti hanno contribuito non poco a smuovere le acque, e i risultati non sono tardati.
Prima grandi editori come "La cupola" hanno dedicato uno spazio fisso e continuato al fumetto gay, e ora sono gli stessi autori gay che collaborano fra di loro per ritagliarsi ulteriori spazi, come nel caso di "Gay Tales", antologia di recente pubblicazione. Questo volume raccoglie tredici autori più o meno affermati nel panorama dei fumetti gay di altrettante favole classiche. Da "Il vello addormentato" a "Riccioli d'oro e i tre orsetti", da "Il sirenetto" a "Culetto rosso", passando per "Biancoseme e i sette nani", "Il bello e il bestione", "Peter Pen" e altre ancora.
Come è facile intuire dai titoli (che si basano su giochi di parole talvolta difficili da tradurre in italiano) si tratta di rivisitazioni spesso ironiche e dissacranti, senza alcun tipo di vincolo censorio. Attenzione però: non si tratta di fumetti erotici o pornografici nel senso in cui siamo abituati, visto che il sesso - anche quando è decisamente esplicito e sconfinante nella volgarità - è solo un ingrediente fra i tanti.
Il volume è stato prodotto ufficialmente da David Cantero, ma il contributo dei suoi colleghi è stato determinante. A essere onesti il livello dei testi e dei disegni non è sempre eccelso, ma nel presentare l'idea Cantero ha sottolineato che il suo scopo voleva essere soprattutto quello di rivedere le favole classiche in una chiave simpaticamente gay, visto che da sempre promuovono unicamente modelli eterosessuali. In questo senso il progetto ha sicuramente centrato l'obiettivo, e oltretutto ha avuto l'indubbio merito di raccogliere tredici autori ispanici gay dichiarati disposti a realizzare fumetti inequivocabilmente gay (e alla fine del volume tutti questi autori non si fanno problemi a inserire i loro siti ufficiali e i loro recapiti).
Da notare che questi autori hanno mantenuto una linea estremamente ironica, autoironica, positiva e ottimista, tant'è che in queste storie non c'è traccia di pietismo o vittimismo di alcun genere. Probabilmente il maggior pregio di questa antologia è proprio quello di dimostrare che oggi il "lieto fine" è possibile anche per chi è gay, e forse il fatto che il volume provenga da una nazione in cui i matrimoni gay sono realtà non è del tutto casuale.
Detto questo è inevitabile un confronto impietoso con la situazione italiana, dove sarebbe molto difficile (se non impossibile) anche solo trovare tredici fumettisti gay dichiarati disposti a collaborare per un'iniziativa del genere. Tuttavia la speranza non muore mai, e a quanto pare qualcosa si sta muovendo anche nel nostro Paese. Restate sintonizzati.

da gay.it

domenica 22 giugno 2008

FUMETTI D'ARTE: GUIDO CREPAX


Quando parliamo di fumetto sofisticato, è d'obbligo redigere la capacità di saper convogliare uno stile atemporale con l'essenza stessa di ciò che diventa originalità, tipica del fumetto destinato a essere un cult. Inevitabilmente, le sorti riversate nel pregio tipico del pittore sembrano essere le uniche "qualità maledette" che possono essere garanti di un successo di pubblico destinato a essere immutabile, per raffinatezza e devozione. Il panorama del fumetto nazionale italiano è, indiscutibilmente, il fulcro di questa esclusiva casta di illustratori che devono la propria meritata gloria all'estro originale di chi ha vissuto tra le tele e i pennelli, in loculi impoveriti da un mestiere che raramente impartisce oneri di facili consensi, laddove la ricercata originalità si fonde con la sregolatezza di chi assorbe un cliché che vuole essere vero e proprio dogma artistico. La vita di Amedeo Clemente Paul Marino Modigliani (Livorno, 12 luglio 1884 - Parigi, 24 gennaio 1920) è esattamente la sintesi di un talento plasmato dalla quotidianità fatta di rigido conformismo e scoperta, dove l'arte non vuole essere il fine, ma il tramite con la realizzazione dello stesso stile inseguito.
Modì (pseudonimo del pittore) nasce a Livorno, da umili origini; il padre Flaminio Modigliani subì una bancarotta per un'impresa di mezzadria in Sardegna, mentre la madre Eugène Garsin, di natali francesi, crebbe i quattro figli nell'educazione tipica dell'Italia di fine '800. Un talento che il piccolo Amedeo mise in mostra, negli innumerevoli disegni esibiti con cura e dedizione ai parenti. Di salute cagionevole fu proprio dopo un attacco violento di polmonite che a soli 14 anni impose la promessa fatta alla stessa madre di iniziare la sua vita unicamente all'arte. Cosa che fece, iscrivendosi alla Scuola liberale di Nudo a Firenze, nel 1902, dopo un apprendistato nello studio di Guglielmo Micheli. Una violenta voglia di esprimere l'intimo del segno, in lavori eseguiti in pochissime sedute, senza mai ritoccare l'esito finale. Questa è la caratteristica di un pittore plasmato dall'umanità dell'artista-uomo, non dal pittore celebrato. Volti e fisionomie che si riversano nel panorama di una produzione fumettistica di alto pregio, in Guido Crepax.
Nato a Milano, il 15 luglio 1933 (Crepas all'anagrafe), inizia la sua attività di disegnatore come grafico pubblicitario, mentre consegue una laurea in Architettura (1958) che lo porterà ad avvicinarsi a quell'èlite di pubblico successo nelle collaborazioni per posters e case discografiche. Celebre è la campagna della Shell, che lo porterà a vincere l'ambito premio La Palma d'Oro nel 1957.
Dopo aver rivalutato la propria capacità illustrativa in riviste mediche, curandone le copertine, l'estro fumettistico di Crepax inizia con il celebre personaggio di Valentina Rosselli, ispirata all'attrice del film muto Louise Brooks. Fisionomie longilinee, dai tratti assorbiti da una trama dove psichedelica e visionario erotismo possono trovare un compromesso nella maturità del pubblico. Testi non sempre al centro della comunicativa, dove il contesto vuole essere rimandato in un concetto di tempo quasi assente, come temi rimandati ai quadri dello stesso Modigliani, in figure femminili prostrate al gioco dell'ego maschile, forse banale nella troppa semplicità di schemi mentali devoti a un sesso ricercato nel feticismo, dove la tematica del nudo sembra essere l'elemento inviolabile da chi rinnega l'artisticità del vero stile.
Ci sono un paio di opere che possono rimandare il realismo meno visionario di Crepax all'estro del pittore: "Ritratto di donna con cravatta nera" (1917) e "Ritratto di Lunia Czechowska" (1919). Fisionomie ricercatamente umane e raffinate, dove il realismo dell'artista vuole abbandonare un'eccentricità plasmata forse più nel disagio esistenziale dell'artista, riflettendo lo stesso periodo "depressivo" dedito all'eccesso dell'ashis e all'alcol e alla sregolatezza del genio di Modigliani, nel lungo soggiorno parigino. Si rivendica quella trasfigurazione nelle forme femminili estremizzate quasi in una caricatura esuberante, dove si possono trovare elementi di superficiale attinenza con l'estro di Botero, vedi "Ritratto di Giovinetta" (1915) e "Nudo coricato con le mani unite" (1917). Elementi assorbiti dal periodo dedito alla scultura, dove la ritrovata originalità di stile rimandano frequenti richiami all'arte dai canoni egizi, in quell'avant-garde francese dalle forti influenze cubiste di Picasso. Sono opere scolpite in pietra, prevalentemente volti e nudi femminili caratterizzati dalla produzione definita le Cariatidi, collezione composta in sette pezzi originali.
Crepax rimane, quindi, l'esponente più incisivo verso l'immaginario artistico di un universo femminile diviso dalla sfera carnale e spirituale, rivalutando i pregi in altre produzioni quali "Belinda", "Bianca", "Francesca" e "Anita", quest'ultima ispirata all'attrice prediletta da Federico Fellini, Anita Ekberg. Gli stessi disegni del regista hanno un forte ascendente con il talento del pittore, vedi i punti più caratteristici ne "L'Ebrea" (1918) e "Renèe" (1916).
La produzione di Crepax ha poi attinto in classici dell'erotismo quali l'"Histoire d'O", "Justine" o "Emmanuelle", rivalutando la sensualità dell'eros in lavori che hanno definito il meglio di un disegnatore che rimarrà nei grandi del fumetto italiano e mondiale, venuto a mancare a Milano, il 31 luglio 2003.

da comunitazione.it

lunedì 16 giugno 2008

LA PISTOLA EROTICA DELLA GAY ART


Gli esperti di arnu sanno bene che con la sigla P239 si indica una pistola semi-automatica fabbricata in Svizzera. I gay amanti dell'arte e dell'illustrazione pop, invece, dovrebbero sapere che P239 porn*pops è anche il nome d'arte di Ralf Scheiber, talentuoso grafico di Francoforte che da qualche tempo si sta facendo apprezzare per il suo particolare modo di interpretare l'arte omoerotica, tant'è che l'editore Gmunder ha da poco pubblicato un libro dal titolo Daydream.
Non era semplice proporre qualcosa di nuovo e rivoluzionario in questo campo, eppure lui ci è riuscito, rompendo tutti gli schemi e diventando uno degli artisti più riconoscibili degli ultimi anni. Innanzitutto lui realizza le sue idee utilizzando esclusivamente il computer, e più precisamente la grafica vettoriale. La sfida che P239 ai pone è proprio quella di rendere erotici disegni estremamente sintetici, realizzati con il minor numero di tratti possibile, cercando di cogliere l'essenza stessa delle situazioni e dei modelli che rappresenta. Per far questo si richiama evidentemente alle soluzioni grafiche dei fumetti e dell'animazione, anche se non manca una buona dose di richiami al mondo dell'illustrazione di moda e ai suoi trend più recenti. In questo modo i disegni di P239 diventano quasi delle astrazioni dell'erotismo gay e delle sue icone, che comunque riescono a solleticare anche i palati degli spettatori più esigenti.
Forse il fascino dell'arte di P239 è proprio nella sua estrema semplicità, nei suoi colori piatti e nella carica di espressività che riesce a infondere in queste opere. Probabilmente al giorno d'oggi la vita non offre più tanto tempo per soffermarsi ad ammirare i dettagli, e i lavori di P239 riescono a conquistare il pubblico proprio perché puntano sull'immediatezza e sulla freschezza di immagini che si possono apprezzare in maniera pressoché istantanea. Curiosamente P239 riesce a sortire questo effetto anche quando propone delle immagini decisamente spinte: sesso, masturbazioni, orgie e quant'altro vengono sintetizzate in un equilibrato insieme di linee e colori, che riesce a catturare l'attenzione al primo colpo d'occhio. Sicuramente la semplicità di queste opere è solo apparente, visto che realizzare qualcosa con questo stile è tutt'altro che semplice: una riga fuori posto o un tono sbagliato possono rischiare di compromettere del tutto la resa di un'idea.
Inoltre anche la scelta degli sfondi diventa estremamente impegnativa, perché se il soggetto in primo piano deve essere sintetico, tutto ciò che si trova sullo sfondo deve esserlo ancora di più, ma deve comunque rimanere chiaro e comprensibile. In ogni caso lo stile di P239 è in perenne evoluzione, e probabilmente è destinato a non passare inosservato nemmeno sulla scena artistica "ufficiale". Di certo questo artista è la prova vivente che l'arte omoerotica non giace ripiegata su se stessa e che non è rimasta ferma dai tempi di Tom of Finland. Sicuramente, grazie anche all'evoluzione del clima socio-culturale, la gay art si sta dimostrando sempre più attenta e ricettiva nei confronti del mondo esterno, e non è un caso se il mondo esterno sta facendo altrettanto nei suoi confronti, perlomeno al di fuori dell'Italia.

da gay.it

giovedì 12 giugno 2008

STORIA DI UN GAY DI PROVINCIA


I fumetti gay, soprattutto quelli erotici, presentano spesso lacune grafiche: trascurano i dettagli e il più delle volte puntano insistentemente su alcuni elementi (come le dimensioni genitali), a discapito di altri. Quando si sfoglia un fumetto come "Side by side", però, l'impressione è proprio quella di avere tra le mani un'opera che ha fatto "il salto di qualità", presentandosi allo stesso livello del miglior fumetto erotico etero. Anatomie curatissime, colorazione eccellente e una cura degli sfondi e dei dettagli che finora non si era mai vista.
Forse la chiave di questa piccola svolta, che probabilmente è destinata a fare scuola, è tutta nell'autore: il misterioso Mioki, di cui si sa solo che è nato nel 1949 e che risiede in New Jersey (USA). Il sospetto è che, viste le sue doti grafiche e la sua capacità di gestire gli sfondi, sia un professionista affermato (forse un architetto, un visualiser, o comunque un grafico professionale) che non se la sente di esporsi direttamente. Sia come sia "Side by side" è interessante anche perché presenta una storia semplice e lineare, ma tutto sommato realistica e priva di elementi inverosimili.
Rick è un ragazzo sulla ventina che vive in una tipica cittadina della provincia americana, e il suo migliore amico di chiama Evan. Rick e Evan fanno tutto assieme, e anche dopo che il primo ha confidato al secondo di essere gay e di avere un debole per lui il loro rapporto non è cambiato. Anzi sono talmente amici che, per il compleanno di Rick, Evan decide di regalargli un rapporto sessuale con lui. A quanto pare questa esperienza piace talmente a Evan che ne fa una piacevole abitudine, fino a quando non decide di trasferirsi nella grande città. Rick, esasperato dalla famiglia e dal clima soffocante in cui vive, decide di raggiungerlo e inizia la convivenza. Da quel momento in poi la loro vita trascorre serena, gratificata da una vita sessuale appagante e dal fatto che scoprono di amarsi. Come se tutto ciò non bastasse iniziano a frequentare una coppia di coetanei, Bill e Charlie, che lavorano come escort in un club per gay over "anta". I quattro amici condividono spesso anche la loro intimità e il finale del volume fa il punto sul diverso approccio al sesso delle due coppie: per Evan e Rick è l'espressione del loro affetto, mentre per Charlie e Bill si riduce troppo spesso a una risorsa economica che non li fa sentire soddisfatti delle loro pur numerose esperienze.
Dopo una prima lettura, però, questo fumetto inizia a mostrare alcuni limiti: intanto il grande utilizzo di foto di riferimento e computer limita molto l'espressività dei personaggi, che anche nei momenti più intensi risultano abbastanza legnosi e "freddi". Inoltre, la storia parte bene ma poi prende una piega decisamente inconsistente e ripetitiva. Infine, la psicologia dei personaggi è talmente piatta da impedire qualsiasi coinvolgimento da parte del lettore. In alcune sequenze i personaggi sembrano dei bellissimi manichini privi di personalità, capaci solo di fare sesso. Tuttavia i disegni offrono qualche spunto di riflessione. Questi bellissimi manichini caratterizzano il mondo gay? Per quanti gay il sesso mette in secondo piano tutto il resto? Quante relazioni gay vengono vissute in modo superficiale? Forse "Side by side" è solo lo specchio di una realtà gay diffusa.

da gay.it

lunedì 2 giugno 2008

IL FUMETTO EROTICO DI CRISTINA FABRIS


Scrivi fumetto erotico in Italia, leggi solo Milo Manara. Non è così: se infatti il noto disegnatore alto-atesino resta il più grande tra i disegnatori di questo genere, una giovane fumettista erotica sta diventando sempre più famosa grazie alle sue doti artistiche: si tratta di Cristina Fabris, romana, 1971, che ha da poco presentato alla Mondo Bizzarro Gallery il suo libro "Chiudi gli occhi - The erotic art book of Cristina Fabris".
Se questo nome vi dice poco ecco qualche informazione. Cristina Fabris nasce a Roma nel 1971 e oggi è considerata una delle pochissime autrici italiane di fumetto erotico ad aver raggiunto un successo unanime di pubblico e critica. Da anni pubblica per diversi editori italiani e stranieri: finora l'opera che ha riscosso maggior successo è il volume "Fetish" attualmente pubblicato anche in Stati Uniti, Francia e Olanda. Le sue storie, torbide e perverse, sono da sempre ambientate nel regno del feticismo estremo e del bdsm, con un tocco di ironia e romanticismo.
"Chiudi gli occhi" è il primo libro di arte erotica di Cristina Fabris: una voluminosa raccolta di opere, illustrazioni, disegni e bozzetti realizzati negli ultimi anni, con prefazione di Berbera & Hyde e postfazione di Roberto Baldazzini. Nel corso della presentazione, si sono potute ammirare (e acquistare) alcune opere originali dell'autrice. Mondo Bizzarro Gallery, dovreste conoscerla, è uno dei pochi luoghi a Roma dove entrare in contatto con arte indipendente e controcorrente spesso associata a temi tabù per le gallerie "ufficiali" quali sesso e arti underground-surrealiste.

da 06blog.it

domenica 1 giugno 2008

FUMETTI D'ARTE: MILO MANARA


Parallelamente al movimento impressionista francese, che aveva sedotto il tradizionalismo pittorico dell'epoca coinvolgendo quella schiera "estremista" di pittori considerati più "liberali" per audacia evocativa, Vienna diviene la nuova capitale della pittura con il genio di un artista che ha saputo creare, dal classicismo teorico forgiato dalle regole accademiche suddivise tra studi e botteghe, quel nuovo movimento Secessionista che ha saputo unire il realismo con il simbolismo fantasmagorico riversato in temi erotico-culturali, fondato da Gustav Klimt (Baumgartner, 1862- Vienna, 1918). Origini plasmate nel nome del padre Ernst, orafo di professione, in una famiglia di sette fratelli di cui due seguiranno la vocazione artistica nello stesso Ernst pittore e Georg orafo. Qualità indiscutibili che segnano, quindi, il talento innovativo del giovane Klimt, che si iscriverà alla Scuola di Arti e Mestieri del museo austriaco per l'arte e l'industria, iniziando quel cammino riversato in quella maturazione di pittore che lo porterà a rinnovare quella concezione personale dell'immagine, nella trasfigurazione sapientemente dosata nelle tecniche stabilite dalla formazione e dalla sperimentazione. Una visione dell'universo femminile esplorato negli innumerevoli ritratti, che hanno saputo rievocare temi sapientemente elaborati, attingendo quasi da una forma di personale astrattismo, quest'ultimo sublimato dall'estro artistico di Piet Mondrian. Una carnalità spirituale dove l'erotismo non è mai associato al volgare, filtrando i cardini emotivi dell'artista con le imposizioni culturali dettate dal contemporaneo. Valori che possono essere accostati alla modernità illustrativa riversata nel fumetto d'autore associato al portavoce di quell'erotismo di culto firmato da Milo Manara.
Indiscutibilmente l'illustratore riconosciuto come padre di uno stile autentico che ha saputo mediare il fumetto con l'eros, Manara (Luson, 12 settembre 1945) ha plasmato la sua formazione tra il liceo Artistico e gli studi di Architettura, debuttando nel mondo del fumetto poco più che ventenne, come autore di una serie erotico-poliziesca pubblicata sulla collana Genius. Battesimo che lo ha poi iniziato in quella lunga serie di collaborazioni, che hanno segnato la produzione stimabile del disegnatore. Iniziamo con "Tutto ricominciò con un'estate indiana", sui testi del suo maestro ispiratore Hugo Pratt, pubblicato sulla rivista Corto Maltese. Iniziazione a quell'esotismo intriso di avventura e verve filosofica, che può essere meno collegato all'estro pittorico di Klimt, non tanto nei soggetti trattati, ma nella ricercata chiave di lettura che può legare il culto dell'immagine realistica con la chiave di lettura simbolista che ha contraddistinto il genio del pittore austriaco. Riferimento ai primi lavori classici celebri dell'artista Klimt sono varie opere, tra cui "L'interno del vecchio Burgtheater di Vienna", eseguito appena ventiseienne e vincitore dell'ambito Premio dell'Imperatore. Un capolavoro di realismo e tecnica pittorica che Klimt ha riversato anche in altre opere, quali "Fanciulle con Oleandro" (1890-1892) e "L'altare di Dioniso" (1886-1888), dove l'impressionante padronanza del talento lo ha poi portato a sperimentare ciò che lo stesso Van Gogh ha elargito nelle trasposizioni impressioniste curate nei ritratti d'ambiente, vedi il suo celebre "I selciatori" (1889), accostabile a "Viale nel parco dello Schloss Kammer" di Klimt.
Si rivaluta dunque l'attinenza di Manara al vero simbolismo di Gustav, celebrato nel ritratto "Amore", dove gli elementi esoterici e immateriali possono trovare delle analogie con il voyeurismo del disegnatore, certo più diretto a una sensualità a volte più spinta del necessario. Elementi che però conoscono la giusta dimensione nella stessa complice collaborazione con Federico Fellini, conosciuto nel 1985 e iniziatore a quel sodalizio di stima che ha portato alla realizzazione di manifesti di fondamentale importanza, quali "L'intervista" e "La voce della Luna", ultimo film del regista romagnolo. Uno stile, dunque, che ha visto Manara esprimersi nelle molte sfaccettature di un erotismo esplicito e denso di segnali elaborati, soprattutto per quanto riguarda le personali interpretazioni come riferimenti ai classici dell'arte di Klimt, vedi lo stesso "Danae" (1907-1908), mitica principessa fecondata nel sonno da Giove sotto forma di pioggia d'oro (ricollegabile al periodo aureo del pittore) e "La vergine" (1912-1913), che ha conosciuto una personale versione di Manara, dove l'intreccio di corpi e il proprio dinamismo vengono reinterpretati dalla fantasia erotica del disegnatore.
Un talento plasmato dalla stessa rivista Playmen nel celebre "Il gioco Versione uno" (1983) e "Due" (1991), che ha conosciuto, in seguito, una reinterpretazione cinematografica, accostato poi alla produzione considerata multimediale nei lavori "Gulliveriana" (1996) e "Il gioco del kamasutra" (1997). Milo Manara rappresenta, dunque, il cardine indispensabile tra cultura del fumetto e valore artistico, non sempre valorizzato da chi può stabilire i pregi di entrambi gli stili e le necessità, ma garanti di un talento che continuerà a devolvere produzioni di ineguagliabile maestria.

da comunitazione.it

domenica 11 maggio 2008

PEPPARD THE MAD DOG


"Peppard the Mad Dog" è un fumetto scritto da Michelangelo La Neve e disegnato da Alberto Pagliaro pubblicato da gennaio 2008 dalla rivista Maxim. E' un fumetto erotico ambientato a Londra che vede come protagonisti un ragazzo italiano e tre artiste giapponesi politicamente impegnate.

Quando hai iniziato a disegnare e quali sono stati i tuoi primi passi come artista?
Non ricordo un solo giorno della mia vita in cui non ho disegnato, disegnare fumetti per me ha sempre rappresentato una via di fuga dalla realtà, un bel gioco; e ancora oggi in parte è così. Finite le medie, mi sono iscritto all'Istituto d'Arte di Firenze dove ho conseguito il Diploma in Moda e costume; ebbene sì, sarei una specie di stilista/sarto/figurinista negato. Finiti gli studi, compreso che la moda era un ambiente troppo complicato e che come fumettista valevo qualcosa, ho iniziato a propormi ai vari editori e a promuovere il mio lavoro attraverso la creazione di associazioni artistiche. Parallelamente però ho portato avanti con grande passione le seguenti attività: giardinaggio, volantinaggio, operaio, baby sitter. Dopo qualche anno di gavetta (10 anni) ho iniziato a farmi conoscere a livello nazionale e internazionale e a lavorare per le agenzie pubblicitarie, oltre che a insegnare alla Scuola internazionale dei Comics di Firenze, realizzando così il mio sogno, di vivere di sola arte.

Come nasce la passione per il fumetto erotico?
Parlerei più di passione per la figura femminile, fin da piccolo ho sempre disegnato donne nude; amo perdermi tra quelle belle forme, che esprimono non solo una sessualità, ma anche un'anima, una forza, un'autorità.

Ci racconti della genesi del fumetto Glamrockerotico "Peppard the Mad Dog"?
Quando mi è stato proposto il progetto, ho pensato subito a qualcosa che in qualche modo fornisse un'idea di fine del mondo, di una specie di apoteosi della follia umana, perché Maxim racconta questa follia, fatta di belle donne, soldi, successo, ma tutto ciò non deve essere visto solo come qualcosa da criticare, ma come una delle tante manifestazioni di un disagio di vivere di una parte importante della nostra società, e io, con la mia arte ne celebro la morte, esasperandone ulteriormente l'estetica. La cultura legata al Glam rock con i suoi eccessi ha rappresentato questo, forse in modo inconsapevole: era la morte, ma vestita a festa; quindi, associare i termini Glam e rock a questo fumetto erotico mi è sembrato naturale per identificare il senso del mio lavoro.

Hai degli artisti che ami in particolar modo e a cui ti sei ispirato per il tuo lavoro?
Per la realizzazione di Peppard, mi sono ispirato ad artisti come Moebius, Toppi, Nine.

Quanto conta la sperimentazione per l'artista?
E' fondamentale, è l'operazione che ci distingue dagli artigiani. Io per il mio lavoro mi impongo sempre di realizzare opere che non si assomiglino mai tra di loro, tutto ciò è molto faticoso, perché ogni volta sono costretto a mettermi in discussione e quando scopro inevitabilmente certi miei limiti, allora comprendo meglio la mia forma, che grazie al duro lavoro e alla ricerca però, può espandersi, per diventare altro.

Qual è la situazione più delirante che ti è capitato di vivere nel tuo lavoro o nella tua vita?
Nel mio lavoro, quando una letterista della rivista "Selen" mi sveglia telefonandomi prestissimo la mattina per dirmi se doveva scrivere "Mettimelo in culo" o "Spingimelo tutto nel culo". Dopo averle risposto "mettimelo nel culo" ho attaccato il telefono e ho fatto colazione come se nulla fosse accaduto, poi verso l'ora di pranzo ho iniziato a ridere, da solo, come uno scemo.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ne ho tanti, ma quello a cui tengo di più è riuscire a incidere il primo CD del mio gruppo i "Fulgido Esempio".

da delirio.net

domenica 13 aprile 2008

NORA NESS - FETISHOUSE


Una donna chiusa in casa, in compagnia dei propri feticci erotici, della biancheria e delle tante scarpe con cui modificarsi per brevi ma impassibili momenti. La nostra protagonista si chiama Nora Ness ed è una madame dell'ossessione casalinga, regina di un nascisismo solitario e agonistico, maestra sexy di cerimonie a invito unico. Il suo universo vive dentro pochi metri quadrati ma sembra sconfinato nelle invenzioni attorno alla propria geografia corporea. Un'estasi organica che si ciba di protesi fetish in modo fantasioso e scultoreo, rompendo la centralità didascalica dello scatto, frammentando la scena con un misto di incastri, astrattismi, sovrapposizioni, nebulosità, angoli anomali.
Ma partiamo un attimo indietro, dalle radici necessarie del recente erotismo fotografico. Ed entriamo in un settore dai riferimenti sicuri e dai temi riconoscibili. Diciamo subito che diversi esiti (passati e attuali) si mantengono distanti dal risultato artistico, restando nelle competenze di una buona fotografia che non si libera dallo status più documentativo. Poi, come eccezioni che confermano le troppe regole, ecco quei fotografi con la visione astratta, il giusto impatto iconografico e una costruzione pittorica degli elementi. Helmut Newton, tanto per cominciare dalle vette, ha portato il feticismo d'arte nei contesti della fotografia patinata, introducendo le sue dominatrici chic nei luoghi luccicanti del lusso. Robert Mapplethorpe ha nobilitato il gesto sessuale, anche il più estremo, con la logica figurativa di una costruzione neoclassica, sospesa oltre il tempo e lo spazio. Nobuyoshi Araki ha reso la geisha un'icona metropolitana per fantasie ricorrenti e abbordabili. Ben Westwood ha mescolato corpo e natura in un tripudio di crudeltà surreali. Tony Ward ha ricreato un'aggressività porno dai toni sballati. Gilles Berquet ha reinventato il surrealismo da camera con raffinate performance solitarie. Christophe Mourthé, Eric Kroll e Peter W. Czernich hanno elevato le ragioni del travestimento fetish, rendendo il latex il nuovo colore pittorico dell'arte erotica. Sono casi che oggi rappresentano alcuni archetipi di riferimento, ideatori di quella visione mancante con cui l'eros ha individuato percorsi di pregevole interesse artistico. Con loro e altri maestri la fotografia ha letto il costume antropologico, la vitalità antagonista, il senso di una trasgressione che rompe il tabù sociale in modo categorico. Qualcuno (forse purtroppo, forse per fortuna) ancora crede che l'arte erotica non sia profonda e duratura come altri ambienti tematici. La verità è che l'arte in genere ruota da sempre attorno al corpo erotico: ce lo insegnano le statuarie greche e romane, l'arte murale di Pompei, la pittura religiosa, l'arte africana, le stampe giapponesi, le avanguardie del '900. Il corpo rimane il campo su cui crescono menti e messaggi, analisi e provocazioni, conferme e spaccature. Quel corpo umano, così riconoscibile eppure sconfinato, ha trattenuto le ragioni del saggio e del disagio, le domande esterne ed eterne, la rivoluzione morbida o radicale. Tutto è accaduto sulla sua superficie e tutto continuerà a formularsi sulla sua pelle instabile. Il corpo quale principale sismografo della natura umana, della società, della vita quotidiana, delle aspirazioni oltre il terreno. Il corpo come forma alta del pensiero.
Per tutti il cuore sacro si chiama ossessione ed è la benzina che alimenta il motore sessuale con le sue variabili velocità fisiche. Senza un moto ossessivo non sarebbe nata alcuna cultura erotica o pornografica, proprio perché la centralità del sesso si ciba di desiderio indomabile, pensieri crescenti, ripetizione verso un epilogo inarrivabile. L'ossessione regola il quotidiano, detta la priorità, escludendo tutto ciò che non serve alla bulimia del desiderio mentale. La sessualità, insomma, come metro di valutazione e orientamento, cifra di un modus esistenziale e di una spinta tra carne e spirito.
Nora Ness procede con la coerenza di chi mette a frutto il meglio della propria ossessione. Che significa, innanzitutto, aderire ai gesti, ai modi, ai dettagli che determinano il personale immaginario. Poi significa trasformare la propria vita in un progetto, usando il voyeurismo come completamento finale di uno stile che diviene metodo. Ai processi formulativi si aggiunga la personalità del dettaglio, il segno che timbra il lavoro con un codice di propria appartenenza. E poi, ultimo ma mai ultimo, il talento iconografico, la qualità dell'architettura visiva con cui un semplice scatto si tramuta in propulsore erotico senza tempo. Mi vengono in mente alcuni progetti dalle ossessioni radicali: "Motel Fetish" di Chas Ray Krider, ovvero, ritratti inventivi di donne in pose solitarie nelle camere di classici motel americani a basso costo; "Luba" di Petter Hegre, ovvero, un uomo che mette in posa per anni la propria giovane compagna, anche lei artista oltre che bellissima musa dal corpo perfetto; Ken-Ichi Murata, ovvero, un uomo che fotografa la compagna Yumiko Kawasaki, mescolando la sensualità da geisha con una flora dai toni surreali, finché con gesti manuali vengono dipinte le stampe fotografiche in bianconero. Nei vari casi l'autore non perde di vista la propria ossessione e procede come un rullo compressore, sempre in avanti con quella coalizione a ripetere che solo l'impulso sessuale rende ogni volta diversa, avvincente, unica.
Il sesso al centro dello sguardo. Un sesso che nasce dal pensiero, da un'ossessione ideale che impegna la mente e il desiderio recondito. Un sesso esplosivo anche quando l'atto è puro gesto intellettuale. L'artista che racconta l'eros detiene una relazione elettrica con la forma compiuta del sesso, come se la tensione scorresse in modo continuo e implacabile. L'arte diventa forma del desiderio, costruzione evocativa di un'emozione adrenalinica ma anche poetica. Non è un caso che diversi artisti dell'erotismo si isolino dal mondo, privandosi di ogni contatto che non sia quello con il proprio viaggio mentale. Perché l'ossessione chiede un'ottusa concentrazione, una sorta di timida solitudine in cui nulla deve allontanarti dal tuo fuoco vitale.
Assieme alla Ness non manca mai una seconda protagonista scenica: la macchina fotografica. Resta allo scoperto, sempre nelle mani scattanti dell'artista, a conferma di un chiaro gioco di specchi che disvela l'evidente in uno scenario senza supporti e comparse. La Ness conferma la sua solitudine ossessiva nel gesto dichiarato dello scatto autoreferenziale. La macchina digitale invade l'immagine come feticcio ulteriore, condizionando le stesse posture, gli sguardi, le tensioni muscolari. La solitudine apparente si trasforma nel mondo prismatico di un clic rivelatorio, espressione oggettuale di un'aderenza completa a quanto si sta compiendo in scena.
Le stanze in cui l’artista lavora sono ambienti essenziali, arredati con pochi complementi, appena stravolti dalle luci su cavalletto e dagli spot professionali sul pavimento. Muri bianchi con qualche raro quadro, pavimenti monocromi, teli colorati a rivestire alcuni mobili, un bagno disadorno con la sua vasca: il mondo di Nora Ness ruota nelle stanze silenti in cui il corpo diventa un magnete energetico che cattura le luci da set e galleggia come lampo di carne. L’apparente casualità delle cose indica, in realtà, una spiccata attenzione per le relazioni tra pieno e vuoto, calibrate da quel corpo che catalizza gli oggetti, gioca con gli spazi liberi, si adatta ai perimetri e alle superfici.
La scelta delle calzature assume un’importanza centrale quando gli elementi attrattivi chiedono al corpo massima predisposizione feticistica. Come ogni buon tocco fetish che si rispetti, il mondo della Ness cammina su tacchi alti e (spesso) sottili, punte (spesso) affilate, colori che tendono al nero e al rosso ma anche con uscite nell’arancio o nel verde. La scarpa prende il centro scenico con la sua elegante aggressività, sembra calamitata in avanti, verso lo spettatore disponibile. Non è più un accessorio ma una dimensione centrale che dialoga con gli abiti, la biancheria, i colori e i complementi d’ambiente. La scarpa si conferma il cuore pulsante del feticismo, l’elemento che aggredisce lo scenario e cambia le coordinate emozionali dell’immagine. Importante che non divenga unica protagonista ma che, come nel caso della Ness, sia amalgamata alle silenti posture del corpo.
Veli semitrasparenti, biancheria intima, corpetti, occhiali scuri, guanti, collane… pochi elementi ma ben mescolati, una giusta calibratura tra abito e disvelamento, darsi e nascondersi, romanticismo e grinta aggressiva. L’artista ama stratificare gli elementi sul suo corpo, evitando qualsiasi pornografia o forzatura stilistica. Vuole esserci e, al contempo, creare una giusta distanza, avvicinarsi senza uscire da quel perimetro domestico. Anche gli occhi non sono mai perfettamente centrati verso di noi, al contrario tendono a stare chiusi o appena aperti, spesso in direzioni laterali, come se la Ness cercasse un personale punto di fuga.
Un elemento determinante è la postura che il corpo assume in scena. Una semplice piega di pochi centimetri può evocare misteri ancestrali, così come una chiusura può interpretare la chiave catartica. Nell’arte erotica non conta ciò che mostri ma il modo in cui disveli le forme. Conta la maniera in cui non riveli mentre sussurri. Conta l’attitudine del soggetto in posa, l’empatia che si mantiene con l’obiettivo, il coinvolgimento onesto di cui gradualmente ci accorgiamo. Noterete subito la precisione con cui la Ness si fotografa in posizioni mai troppo canoniche, a conferma di un mondo complesso che si dispone al meglio nei pochi metri delle sue stanze. Il corpo si trasforma in una geografia inquieta, irriverente rispetto agli usi facili dell’erotismo da annuncio sul web. La scena ha qualcosa del backstage eppure, non essendo frutto del caso, vive di equilibrati incastri tra pieni e vuoti, luci e ombre, primo piano e fondale.
Dalle foto non si respira solitudine melanconica ma una vitalità solitaria, un narcisismo purificato che tocca l’essenza della sessualità, l’intimo delle private trasgressioni, fino al cuore della bellezza rivelatoria. La verità della Ness si legge nella caparbia determinazione a disvelarsi, confrontandosi con il completamento dello sguardo altrui. Perché un lavoro del genere chiede il (nostro) voyeurismo in risposta al suo esibizionismo. L’eccitazione solitaria dei preparativi, delle azioni e dei ricordi si completa con l’estasi mentale di un futuro sguardo estraneo, come se dietro la porta il pubblico osservasse l’artista nella sua volontaria lontananza. Il mondo si condensa nelle camere private di un film dal realismo crudele, dentro ogni viaggio privato di un corpo ormai astratto e universale. L’arte erotica rimane una forma di profonda aderenza tra vita vissuta e attitudine artistica. L’empatia tra verità e costruzione si riassume nell’energia che le foto emanano, nel loro potere evocativo e liberatorio, nella calibrata critica sociale che un corpo libero può richiamare.
Nessuna falsificazione. Nessun gesto superficiale. La pelle diviene complessità e atto poetico. La postura si trasforma in una frase viva e universale. Da una scarpa e da un clic rinasce l’altezza profonda della visione.

da exibart.com

mercoledì 26 marzo 2008

L'EROTISMO DI MURATA ALLA MONDO BIZZARRO GALLERY


E' considerato uno dei migliori fotografi d'erotismo contemporanei e tra poco i suoi lavori saranno esposti nella Capitale. Parliamo di Ken-ichi Murata, di Osaka classe 1957, dal 5 aprile fino al 30 dello stesso mese in mostra presso la Mondo Bizzarro Gallery.
Murata sarà in esposizione con una cinquantina di fotografie recenti. Il maestro giapponese, per chi non lo conoscesse, inizia a pubblicare le sue foto nel 1996, a Tokyo. Da allora seguono altre esposizioni e numerose pubblicazioni in Giappone, mentre in occidente le uniche testimonianze dell'opera di Murata sono i volumi "Japanese Princess" e "Princess of Desire" oltre alla sua prima mostra europea presentata a Roma nel 2006 sempre alla Mondo Bizzarro Gallery.
Nel 2007 Murata è incluso nella grande antologia "The New Erotic Photography", che il celebre editore Taschen ha dedicato ai migliori fotografi contemporanei di erotismo. Le sue foto? Murata è un vero e proprio maestro nel fondere il genere erotico con temi onirici e mitologici. Le sue foto sono principalmente scattate in bianco e nero e poi ridipinte a mano dalla sua compagna Yumiko Yamasaki. Il risultato è un trionfo di immagini misteriose, in cui l'erotismo si mischia a location e oggetti quasi onirici come boschi incantati o superfici di specchio che riflettono le parti anatomiche più interessanti delle sue geishe.

da 06blog.it

martedì 25 marzo 2008

A MILANO L'EROTISMO GROTTESCO E INTRIGANTE DEI NUDI DI JAN SAUDEK


E' in corso a Milano, al Padiglione d'Arte Contemporanea, la mostra "Jan Saudek, L'universo in una camera" curata da Enrica Viganò.
Sono oltre ottanta le opere esposte, in bianco e nero e poi colorate a mano: un'antologica dell'artista ceco accompagnata da un ricco catalogo, pubblicato da Federico Motta Editore, che ne presenta il lavoro al pubblico italiano.
Nato a Praga nel 1935, Jan Saudek coltiva il sogno di diventare fotografo sin dall'adolescenza, quando nel 1950 il padre gli regala una macchina fotografica, con cui ritrae per prima cosa il fratello gemello.
Autodidatta, del tutto indipendente, osteggiato dal regime comunista, per anni fotografa nella cantina di casa (quel muro umido e scrostato che fa da sfondo diventerà in seguito la sua cifra stilistica), vincendo le norme morali e le regole sociali in vigore per seguire la sua passione. Ed è attraverso la fotografia che riesce a liberare le sue indignazioni, i suoi desideri, i suoi deliri e le sue emozioni: un grido della mente, del cuore, del sesso.
Ciò che interessa a Saudek, sia come autore e regista che come truccatore e talvolta scenografo, è l'essere umano e le sue relazioni. Crea immagini che esplorano più i sogni che la realtà, sebbene fortemente caratterizzate dalla sanguigna personalità sempre espressa dalla persona ritratta.
Attraverso gli scatti in bianco e nero (che dal 1977 inizia a colorare a mano) il suo potere di trasformazione del mondo reale scava nell'animo umano. Egli crea delle fantasie quasi teatrali per dire la sua verità e per renderla fuori dal tempo.
I suoi nudi focalizzano, con tecnica ruvida, un erotismo grottesco e intrigante, sia nella forma che nel contenuto. Grazie all'umorismo, all'ironia, al kitsch e alla forza del desiderio che sempre si rinnova, egli instaura una visione caratterizzata tanto dal suo fervore quanto dalla sua estetica e dalla sua coerenza.
Ossessionato dal tempo, dall'invecchiamento, dalla perdita della bellezza, Saudek si mette a nudo fino a far sanguinare il suo intimo. Lucido, impulsivo, eccessivo ha infuso la sua anima nelle opere che esprimono l'impossibilità della felicità nel segreto della famiglia umana.
Creatore underground a lungo condannato alla marginalità delle autorità, politiche e di altro genere, Saudek è ormai riconosciuto non solamente come un protagonista emblematico della sfida ceca, ma un artista da annoverare a pieno titolo nella storia della fotografia.

da canali.libero.it

sabato 22 marzo 2008

L'EROS INCOMPRESO DI HARRY BUSH


Sempre più spesso si parla di cultura gay, un po' meno spesso si spiega di cosa si tratta. Fra i tanti significati che si possono dare a questa definizione rientra anche la conoscenza dei personaggi che hanno significato qualcosa per la comunità gay o che hanno contribuito ad arricchirla in qualche modo. E' questo il caso di Harry Bush (1925-1994). Ovviamente non stiamo parlando del presidente degli Stati Uniti, ma di un suo omonimo meno celebre e assai più sfortunato. Andiamo con ordine: negli anni '60 i gay americani si raccoglievano attorno a riviste di culturismo straripanti di foto più o meno arrapanti. Il culturismo è stato per anni l'alibi preferito per quanti volevano raggiungere il target omosessuale senza rischiare problemi legali.
Queste riviste ospitavano anche vari illustratori, e "Physique Pictorial" - ne aveva lanciati alcuni destinati a una brillante carriera, primo fra tutti Tom of Finland. Tuttavia sono in pochi a ricordare che all'epoca i lavori di Tom of Finland spesso passavano in secondo piano quando venivano confrontati con quelli di Harry Bush. I due artisti avevano uno stile diversissimo e difficile da paragonare, ma Bush aveva dalla sua un dinamismo e una freschezza che l'illustre collega non avrebbe mai eguagliato. I disegni di Bush, inoltre, avevano uno stile estremamente moderno e ricercato, provocante e ingenuo al tempo stesso, e i suoi ragazzi palestrati e sorridenti anticipavano di decenni l'immaginario gay dei nostri giorni. Ironia e lussuria, bravi ragazzi e peni a dir poco esuberanti, il tutto amalgamato da un'incredibile maestria nel tratteggio e nella resa tridimensionale delle masse muscolari.
Disegni pregni di un erotismo ottimista e gioioso, raffinato e ricco di una sottile ironia. A questi punto qualcuno si chiederà perché Tom of Finland lo conoscono tutti, mentre Harry Bush è praticamente sconosciuto. La risposta è molto semplice: Tom of Finland ha usato le riviste degli anni '60 come trampolino di lancio per i decenni successivi, mentre Harry Bush no. Intendiamoci: i suoi disegni sono comparsi sporadicamente anche su alcune riviste negli anni '70 e '80, ma senza continuità. Perché? La triste realtà è che dietro a quei disegni tanto vitali, solari e allegri, si nascondeva un'esistenza di tutt'altro genere. Harry Bush era entrato giovanissimo nell'esercito, adeguandosi alla mentalità militare del periodo con tutto il suo carico di omofobia, per poi uscirne da quarantenne con tutta una serie di problemi relazionali e di salute (non ultimo un enfisema polmonare).
A quel punto aveva tentato la carta delle illustrazioni gay, ma queste innescavano in lui una serie di paure più o meno legittime. Se l'esercito avesse saputo che era un illustratore gay gli avrebbe tolto la pensione e gli aiuti economici? E cosa avrebbero detto i suoi conoscenti, che ignoravano questo lato di lui? Col tempo Harry Bush iniziò a vivere in maniera sempre più ritirata, "come un'ostrica nel suo guscio" avrebbe detto uno dei suoi pochi amici di penna gay. In un certo senso Harry Bush è rimasto vittima della sua stessa omofobia, ed è un vero peccato. Oggi quasi tutto quello che ha pubblicato, compresi i suoi fumetti e molti bellissimi schizzi inediti, sono stati raccolti in un volume che celebra la sua arte, ma forse il suo lascito più prezioso è un invito a riflettere sul senso che vogliamo dare alla nostra vita e al suo potenziale.

da gay.it

martedì 11 marzo 2008

TRASPARENZE DA LECCARE


Mettere il proprio talento e la propria esperienza nel settore delle vetrate artistiche per realizzare un erotismo omosessuale vivace e appassionato, tra tatuaggi e dettagli anatomici, orpelli sadomaso e baci delicati. E' questa la scelta di Diego Tolomelli, che ci dimostra come la vitalità e la duttilità di questa forma d'arte non siano appannaggio esclusivo di luoghi e tematiche religiosi ma possano essere utilizzate perfino in chiave queer.
Una sua personale è visitabile gratuitamente fino al 16 marzo al Circolo Mario Mieli, che in occasione dei 25 anni della fondazione, propone un ciclo organico di mostre per dare visibilità a giovani artisti omosessuali e promuovere un incontro tra la comunità gay e le varie forme di creatività e ricerca artistica contemporanea.
"L'eros", scrive il curatore Francesco Paolo Del Re, "trova nella trasparenza del vetro una dimensione di desiderio tutta contemporanea. Le creazioni di Tolomelli, più che ricordare le tradizionali decorazioni delle chiese, sembrano apparentarsi alle icone fluide tipiche di internet. La forma del lightbox retroilluminato regala al vetro le possibilità di un vero e proprio schermo, vibrante e languido, che si lascia non solo guardare, ma sembra porsi allo spettatore in un modo quasi interattivo, in un invito totale a toccare con occhi-lingue e con tutto il corpo eretto".
L'artista di Pavia ha lavorato sette anni in Inghilterra, imparando diversi stili e tecniche e partecipando alla realizzazione delle nuove vetrate per il parlamento inglese, rappresentanti mille anni di storia del Regno Unito, e al restauro della collezione privata Sam Fogg di vetrate medievali. Dopo esser tornato in Italia "per ragioni climatiche", ha lavorato in uno storico studio di Roma, contribuendo alla realizzazione delle vetrate della cattedrale di Abuja in Nigeria e vivendo "la fantastica esperienza di andare in Africa ad assistere alla posa in opera". Dal maggio 2007 è indipendente.
"La mia", ci racconta, "è una vera e propria missione: il salvataggio della vetrata artistica. Questa forma d'arte per secoli è stata limitata a particolari usi e stili e sembra destinata a sparire. La vetrata non abbellisce solo chiese e templi, ma può spaziare in varie direzioni. Con il mio lavoro sto ottenendo il risultato di avvicinare tantissime persone a una forma d'arte normalmente poco conosciuta".
Ci spiega inoltre che "il processo di realizzazione di una vetrata artistica è molto complesso e va dal bozzetto allo studio delle linee di taglio (ossia la costruzione del reticolo), al taglio del vetro, alla pittura (fase più complessa, in cui la grisalia viene applicata sulle tessere di vetro che poi vengono cotte varie volte in forno a 650°) per concludersi con la legatura a piombo, la saldatura a stagno e la stuccatura, che rende la vetrata rigida e impermeabile, prima della lucidatura finale".
Nelle sue opere si ha la sensazione di una sapiente coerenza dello stile più che dei temi, talvolta inutilmente espliciti. La causa è da ricercarsi però nelle committenze, che influiscono molto sulla scelta dei soggetti e che costituiscono altrettanti compromessi da accettare per un giovane artista. Per questo, ci pare lecito affermare che le sue opere più riuscite sono proprio quelle in cui il sesso è appena accennato e il gioco degli sguardi e del contatto suggeriscono una passione che va ben oltre la semplice attrazione fisica.

da gay.it

domenica 17 febbraio 2008

LE AVVENTURE DI FILLION FRA MASCHI E LIBIDINE


Se si dovesse fare una classifica degli autori di fumetti omoerotici più rappresentativi degli ultimi anni, sicuramente Patrick Fillion sarebbe da mettere fra i primi posti. Patrick nasce a Quebek, in Canada, nel 1973 e fin da piccolo aveva utilizzato il disegno per esprimere la propria personalità e i propri desideri, anche erotici. Infatti, provenendo da un contesto molto cattolico, le occasioni di avere stimoli di altro tipo erano abbastanza ridotte. La sua vita cambia quando, diciottenne, si trasfrisce a Vancouver e i suoi disegni vengono molto apprezzati dalla comunità gay locale, che lo sprona a farsi avanti con riviste gay come "Black Inches", "Latin Inches" e "All Male Magazine". Il resto, come si dice, è storia.
Dopo una breve parentesi nel fumetto supereroistico (che però era decisamente troppo "etero" per lui), Patrick decide di dedicarsi a tempo pieno all'illustrazione e ai fumetti omoerotici, fonda una piccola casa editrice con il suo compagno (la "Class Comics", con cui promuove anche le opere di altri autori) e nel giro di pochi anni diventa un nome conosciutissimo in tutto il mondo.
Le sue radici e i suoi autori di riferimento sono nel mondo del fumetto supereroistico statunitense, ma il suo stile si è andato sviluppando in maniera molto autonoma, trasudando un erotismo decisamente forte. Tra le altre cose il suo stile prevede personaggi dotati di peni pressoché equini, sesso libidinoso e una lieve tendenza al grottesco (soprattutto quando le ambientazioni sono fantascientifiche.
Nel corso del tempo l'autore ha lanciato diversi personaggi: dall'alieno felinoide Camily Cat al demone rinnegato Deimos, dal supereroe nudista Naked Justice al guerriero barbaro Zhan, solo per citarne alcuni. Un ulteriore salto di qualità per la sua carriera è arrivato quando l'editore Gmunder lo ha notato e lo ha lanciato a livello internazionale con una serie di libri che raccolgono i suoi lavori: l'antologia di illustrazioni "Heroes", la raccolta di fumetti "Mighty Males", la ristampa dei suoi lavori più "etnici" "Hot Chocolate" e, per finire, un lussuoso volume intitolato "Bliss" (ovvero "Estasi"), dedicato ai suoi personaggi più famosi.
Quattro volumi di lusso in due anni rappresentano un bel traguardo, ma di certo Patrick non ha intenzione di fermarsi qui, perlomeno a giudicare dalle continue novità annunciate sul suo sito e nel suo blog. D'altra parte questo autore sembra davvero determinato a valorizzare i fumetti omoerotici, e non è un caso se ora i suoi disegni sono distribuiti anche nel circuito dei fumetti ufficiali (in Canada, USA e diverse parti d'Europa).
In Italia, però, Patrick è presente unicamente nei volumi Gmunder importati dalle librerie gay e da qualche libreria internazionale, e questo dovrebbe farci riflettere. Una cultura gay pop nel nostro paese non esiste. Da noi esistono fondamentalmente una cultura gay molto intellettuale (per pochi) o commerciale (per tutti gli altri). Non ci sono spazi per elaborare un'identità gay che si discosti da queste due possibilità, dove troverebbero posto i fumetti gay, ma anche una letteratura gay, un cinema gay e varie forme di espressione gay facilmente accessibili a tutti.
Probabilmente se Patrick Fillion fosse nato e vissuto in Italia non avrebbe avuto sbocchi e oggi nessuno saprebbe chi è. Questo però ci porta a un secondo e più inquietante interrogativo: quanti Patrick Fillion mancati ci sono nel nostro paese?

da gay.it

martedì 12 febbraio 2008

DAL 9 FEBBRAIO A GENOVA "YOU CAN'T ALWAYS GET WHAT YOU WANT" DI GIORGIO FRACASSI


Sabato 9 febbraio è stata inaugurata da Violabox Art Gallery a Genova "You can't always get what you want", mostra del pittore Giorgio Fracassi.
Pittore "ossessionato", come ogni artista che si rispetti vive e nutre la sua ossessione, la porta così a esistenza sulla tela regalandoci delle immagini che sono come tanti punti di vista, tante occhiate gettate in un universo, quello dell'erotismo e della sessualità, spesso raccontato in modo facile e banale, analizzato negli aspetti più volgari e triviali ma mai indagato e rappresentato con quella "violenta grazia" con cui Fracassi lo consegna alla nostra attenzione di fruitori dell'arte.

da zenazone.it

lunedì 4 febbraio 2008

SESSO GAY FRA DUNE E FOCOSI BEDUINI


L'editore Bruno Gmunder da qualche anno ha iniziato a prendere decisamente sul serio il mondo del fumetto e dell'illustrazione gay, con particolare attenzione alle tematiche erotiche. Evidentemente questa scelta sta risultando vincente, visto che quest'anno ha già in programma almeno un nuovo fumetto gay al mese. Oltre a raccogliere in versione de luxe fumetti già usciti in varie parti del mondo, la Gmunder ha iniziato a ristampare fumetti storici ormai introvabili, non dimenticando di cercare nuovi talenti da proporre al grande pubblico.
E' un po' questo il caso di Jorg Meyer-Bothling, talentuoso grafico di Colonia, che dopo varie esperienze nel mondo della pubblicità si è cimentato nel fumetto erotico a tema gay. Dopo alcune esperienze su varie riviste gay tedesche è stato portato all'attenzione mondiale attraverso l'antologia "Stripped", con un breve fumetto ironico e surreale in cui un giovane e prestante attore cerca di ispirare un altrettanto giovane e aitante regista facendo sesso con lui. Lo stesso attore diventa protagonista di questo "Micki sighs in the desert", un racconto di 80 pagine altrettanto ironico e surreale. Con un tratto spontaneo, arioso e colorato vengono narrate le disavventure dello stesso svampitissimo protagonista che, mentre partecipa alla Parigi-Dakar, si smarrisce con la sua jeep nel deserto del Sahara dopo aver partecipato a una festa (ha ancora indosso un paio di orecchie da Micky Mouse).
La sua macchina sbatte contro una palma e viene assalito dai predoni del deserto, che iniziano a chiamarlo Micki (per via delle orecchie che gli hanno visto addosso) e che lo vogliono vendere al mercato degli schiavi, non prima di aver fatto sesso con lui. Uno in particolare se ne innamora e lo libera nottetempo, ma dopo un amplesso focoso la loro fuga è interrotta da una tempesta che li separa. Micki si ritrova poi alle prese con mercenari amanti delle corde (e con i loro ragazzi gelosi, ma molto disponibili), con miraggi assatanati ed estremamente reali e persino con regni sperduti abitati da maschi di colore superdotati. Nonostante tutto Micki inizia ad averne abbastanza di sceicchi con peni placcati in oro e harem lussuriosi, e fugge insieme al suo nuovo amico Karl, alla ricerca della strada che può condurlo alla civiltà. Nonostante si tratti di un fumetto leggero e deliziosamente frivolo, questo "Micki sighs in the desert" spicca per almeno due motivi.
Il primo è il filo conduttore dell'avventura, che per quanto surreale, disimpegnato e inverosimile, è estremamente coerente e sembra ricalcare un racconto pulp degli anni '50 (trovata come nei fumetti hard etero ma non in quelli gay). In secondo luogo i personaggi e le situazioni sono estremamente solari e - anche quando hanno risvolti drammatici - propongono un'allegria, una luminosità e una spensieratezza che non si vedeva da tempo in questo genere di fumetti, e la cosa acquista valore aggiunto se si considera che l'autore non è più giovanissimo (è nato nel 1943). L'unico difetto, se così vogliamo definirlo, di questo lavoro è il fatto che l'autore fa parlare pochissimo i suoi personaggi, e questo limita un po' il grande potenziale - anche erotico - della storia. Staremo a vedere se nei suoi prossimi fumetti Jorg Meyer-Bothling correggerà il tiro.

da gay.it

lunedì 28 gennaio 2008

LA MORATTI CENSURA E L'ARTE MUORE


Ancora una volta il sindaco di Milano Letizia Moratti non approva le scelte artistiche dell'Assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi. Come già successo in occasione della tanto discussa mostra "Vade retro: arte e omosessualità", alla fine censurata, oggi nel mirino del nostro troppo facilmente impressionabile sindaco ci sono ben tre mostre fotografiche: quella di Wilhelm Von Gloeden a Palazzo della Ragione (fortunatamente approvata all'ultimo momento) e quelle imminenti di Joel Peter Witkin e di Jan Saudek a Palazzo Reale.
Maestri della fotografia riconosciuti e apprezzati in tutto il mondo... ma non a Milano.
A scandalizzare il sindaco, le foto di nudi in stile Grecia antica di Von Gloeden, i toni sadomaso ma indubbiamente artistici e provocatori di Witkin e l'erotismo decadente, grottesco e geniale di Saudek.
Così, mentre in tutte le altre grandi città europee ci sono musei dell'Arte Erotica, considerati forti attrazioni turistiche, e continue mostre fotografiche e non incentrate sull'argomento (talvolta trattato anche in toni molto più forti, più provocatori e più tutto)... noi siamo ancora qui a preoccuparci di casti nudi in stile neoclassico, quando nelle nostre Tv imperano soubrette mezze nude e ammiccanti come in un peep show pomeridiano nelle fasce orarie da bambino verde.
Il rischio è tanto intuibile quanto terribile, ovvero che un paese come il nostro, conosciuto e apprezzato anche e soprattutto per la sua fiorente arte del passato e del passato recente, resti troppo ancorato alle tradizioni, perdendo così il treno della contemporaneità.
Risultato: Italia paese di serie b nel panorama artistico contemporaneo europeo, così come Milano città di serie b rispetto alle altre capitali dell'arte come Parigi e Berlino.
Sabato 26 gennaio, da Piazza Cinque Giornate a Piazza Duomo, ha anche sfilato un significativo e preoccupante corteo di studenti dell'Accademia di Brera e del Conservatorio, che ha inscenato la morte dell'arte, con tanto di bara e marcia funebre. Le motivazioni sono chiare: la rivendicazione dei finanziamenti alle accademie e ai conservatori ma anche una forte protesta nei confronti delle istituzioni, accusate di maltrattare l'arte.
E così continua la fuga di cervelli e di artisti dal nostro paese, diretti anche in città molto vicine alla nostra, dove l'arte è libera, amata, considerata, incoraggiata, finanziata e soprattutto giovane.

da girami.it

sabato 26 gennaio 2008

MONDO BIZZARRO: ARTE TRA SESSO E AVANGUARDIE


Una galleria d'arte che strizza l'occhio a fotografi, pittori e fumettisti erotici e insieme una piccola libreria che guarda a narrativa, fumetti e libri fotografici incentrati sul tema del sesso e del fetish con una puntatina di cultura underground e arte neosurrealista. Parliamo di Mondo Bizzarro Gallery, luogo decisamente alternativo aperto qualche anno fa a Roma, in via Reggio Emilia 32, in un'area destinata a diventare, con l'apertura del MACRO e la presenza stessa di Mondo Bizzarro, uno dei poli espositivi dell'arte contemporanea della capitale.
Mondo Bizzarro Gallery nasce a Bologna da un'idea di Alex Papa e in collaborazione con Gloria Bazzocchi per poi trasferirsi nella città eterna nel 2004. La galleria d'arte in pochi anni accoglie un'innumerevole serie di mostre di artisti contemporanei di fama mondiale, dai fotografi Terry Richardson e Dahmane al fumettista Erich Von Gotha fino al pittore surrealista Ray Caesar. Inizia, inoltre, collaborazioni importanti con centri espositivi stranieri che la rendono famosa da Parigi ad Amsterdam passando per Los Angeles.
Mondo Bizzarro naturalmente è anche luogo di incontro culturale dove sono passati personaggi del