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Lokman Lam

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lunedì 7 luglio 2008

SPEZZONI DI MUSICA LIVE E SESSO SENZA CENSURE: I DUE INGREDIENTI DI "9 SONGS"


Ok ragazzi, stavolta ci siamo. Questo è un porno vero. Qui si vede tutto. Ma proprio tutto. Dunque, preparatevi: sceglietevi il giusto compagno per la serata.
Niente genitori o parenti, per carità. Non riuscirete a giustificarvi con la scusa della pellicola intellettuale. Qualche amico caciarone, sì, può essere una buona idea, per stemperare l'imbarazzo fingendo sbadigli. O il vostro compagno, per liberarvi finalmente dagli ultimi pudori e, chissà, dare una svolta alla serata. Da soli, anche. Insomma, siate pronti. Siate pronti a scene di sesso non simulato, ad amplessi che "non hanno neppure bisogno di parer verosimili, perché sono "veri". Questi qui fanno sul serio. Tanto che è impossibile non chiedersi come avranno fatto a girare. Con che coraggio, con che faccia, e chi glielo ha detto poi alla mamma.
Che un conto è il porno vero, quello artefatto, quello alla Siffredi e Trentalance, per capirci, quello con le luci sparate e le pose studiate e le bocche spalancate. Un conto, invece, sono gli amplessi reali, filmati da lontano e da vicino, sui visi e sui corpi, sui particolari e sulle emozioni. Senza muscoli, senza makeup, senza filtri.
E, tanto per cambiare, è la donna a far la parte del leone, a darsi (consentitemi) con verità, a recitare la passione, il desiderio, e un pizzico di affetto. E, al limite, a riuscire a star "bene" da sola, anche senza di lui. Che invece oscilla tra l'affascinante e lo scimmione a seconda dell'inquadratura (del viso, ehm), che un po' si concede ad atteggiamenti di maniera, a qualche vezzo da stallone della porta accanto, labbra arricciate e sguardo bovino perso nel vuoto. Lei no, per nulla. Pulita come un bicchiere d'acqua, porca quanto basta. Roba da far vergognare i gentili signori in platea.
Ecco, poi, vi avverto, non vi aspettate chissà quale profondità di messaggio. E' un erotico spintissimo, nulla più. E' una storia di sesso tra un lui e una lei, tempo buttato a fare l'amore e ascoltare musica e viaggiare e fumare canne. E' una storia che finisce così come è cominciata. Non è niente. E a voler ben vedere, è anche una noia mortale, con questo continuo alternarsi di brani ripresi da concerti live e scene di coito: un po' come fare zapping tra MTV e il canale hot della pay tv. Capita però che si abbia voglia anche di questo, alle volte, chi può dirlo (e non è certo il peggiore dei mali dopotutto). Perciò non spenderò neanche due parole per commentare la morale del film, per rivolgere a voi lettori la domanda più inflazionata (esiste davvero il sesso senza amore?), per decidere se alla fine è lei che se ne va o è lui che la lascia andare (che non è mica "Nove settimane e mezzo"), per criticarne lo squallore o sottolineare quel gran senso di libertà dell'accoppiarsi senza pensieri. La pianto qui e vi saluto e mi dedico ai casi miei. Quali che siano, me lo tengo per me, dato che tra i tanti miei pregi non vi è l'esibizionismo.
Voi, se volete, immaginatevi una serata calda e sonnacchiosa, un libro abbandonato sul tavolo, il divano che vi accoglie, il televisore acceso su questo film, e quindi fate un po' quel che vi pare, fate un po' quel che potete per calmarvi i nervi, per pigliare sonno, per togliervi i pensieri dalla testa. Continuate a guardare, oppure spegnete e andatevene a letto, o alzatevi per farvi un panino, o chiamate chi sapete voi e inventatevi qualcosa insieme.
E come diceva quella tizia in quel film che non ricordo più, buon divertimento e che ognuno sia responsabile dei propri orgasmi.

da mentelocale.it

venerdì 25 aprile 2008

GREEN PORNO: UN VIAGGIO SURREALE NELL'EROTISMO DEGLI INSETTI


Un minuto ciascuno per la prestazione sessuale di otto insetti. Questo è "Green Porno", il particolare lavoro di Isabella Rossellini presentato nei giorni scorsi al Festival di Berlino: otto cortometraggi di un minuto sulla vita intima degli insetti. Il minidocu, che ha aperto ieri sera anche il festival "Hotdocs" in Canada, è stato commissionato dal network usa Sundance Channel.
Il Sundance, infatti, è un festival che sta cercando di dare molta importanza all'accoppiata ecologia/tecnologia, sia lavorando sul canale online ambientalista "The Green" (sul quale verrà trasmesso anche "Green Porno"), sia sperimentando il cosiddetto "Terzo schermo", cioè telefonini e computer vs cinema e tv (che sono i primi due schermi).
E dunque il minidocumentario verrà inserito in un progetto di film destinati allo schermo dei cellulari.
Isabella Rossellini è l'ideatrice, la regista e l'attrice di "Green Porno", dove interpreta in maniera sensuale, ma anche burlesca, mosche, libellule, lucciole, lumache, lombrichi e altre piccole creature nelle loro molte curiose attività sessuali. Il quotidiano tedesco "Der Spiegel", commentando l'opera della regista, ha dichiarato di aver trovato interessante tutti i microfilm perché "mostrano parecchi dettagli su un tema che è davvero poco ortodosso".
E anche il titolo dell'opera è ovviamente un modo per arrivare subito nel cuore dei motori di ricerca: come ha anche ammesso il co-regista e co-produttore Jody Shapiro, la parola "porno" è una delle parole più cercate sul web e questo porterà sicuramente una bella fetta di pubblico a guardare, anche solo per sbaglio, questo interessante affresco boccaccesco sugli accoppiamenti degli insetti.
Per ora il minidocumentario è in attesa di essere venduto ma sul sito ufficiale si parla di una prossima distribuzione, senza specificarne i tempi né le modalità. E' possibile però vedere una piccola intervista a Isabella Rossellini, che spiega l'idea alla base di "Green Porno", e alcuni brevi spezzoni dei corti, in cui si notano subito i costumi colorati, le scenografie surreali e un'atmosfera decisamente giocosa.

da agenziaradicale.com

mercoledì 2 aprile 2008

TENSIONI OMOEROTICHE


Il non-remake del film del 1972 rende "Sleuth" di Kennet Branagh particolarmente interessante. La tensione omoerotica, quiescente nel primo film, esplode in questa seconda pellicola, tanto che la giuria del 1° Queer Lion Award, premio collaterale della 64 Mostra d'Arte Cinematografica, organizzato da CinemArte ed Osservatorio LGBT del Comune di Venezia, gli ha attribuito una Manzione Speciale per avere esplicitato la tensione omoerotica dei due protagonisti.
La storia è quella di un ricco ed egocentrico scrittore di libri gialli - Andrew Wyke (Michael Caine) - che affronta Milo Tindolini detto Tindle (Jude Law), attore disoccupato e amante della moglie di Wyke, in quello che diventerà un gioco contorto, mortale e dalle conseguenze pericolose. La lotta tra i due è carica di tensione, di pulsione erotica che poi diventa esplicita. E' tutto un ribollire di sensi e di passioni. Viene sempre sottolineato che si tratta di un gioco, ma un gioco di dominio, come nel più raffinato rapporto sadomaso.
La sceneggiatura del rifacimento porta l'autorevole firma di Harold Pinter - Nobel per la letteratura 2005 - che ha aggiornato in chiave high-tech e sessualmente ambigua la pièce originale di Anthony Schaffer.

da queerblog.it

mercoledì 30 gennaio 2008

"ARAKIMENTARI" DI TRAVIS KLOSE


"Le foto di Araki provengono da Dio", così dice una delle tante donne intervistate nel film. Un fotografo eccessivo che suscita ammirazione e "disturbo". In gran parte d'Europa e in America le sue mostre hanno provocato reazioni decise da parte di movimenti femministi e di donne in genere per il suo alto tasso erotico, dove la donna appare come uno "strumento di piacere". Una condanna quasi aprioristica che non vede "oltre" a quelle immagini cosa si nasconde.
Quello che arriva in modo diretto sono le immagini erotiche, di bondage (che a molti danno fastidio), di donne legate in posizioni "oggetto", ma dietro si nasconde molto altro, provocazioni allo stato puro, oppure come afferma lo stesso Araki: "L'origine dell'arte visiva sta nella vagina!". E' così, forse. Se pensiamo che tutti veniamo da quella "cosina rosa" che hanno le donne il concetto è più che attinente (senza assolutamente sminuire la donna, anzi esaltandola come "creatrice" e quindi come un potere immenso). Un mondo che parte dalle sue origini, dalle origini della vita stessa e arriva a immortalare donne, immagini di donne in una dimensione astratta e completamente avulsa dal tempo, anche se sempre dentro la realtà.
Araki non fotografa solo belle donne ma tutte, belle e non, modelle e casalinghe, per coglierne ogni sfumatura. Anche la più piccola smagliatura viene esaltata dall'arte di questo eccentrico personaggio. La fotografia non mente, ma restituisce una realtà oggettiva. O una realtà anche soggettiva ma non finta, che aspetta di essere codificata dallo spettatore.
Ma non ritrae solo donne, questo sarebbe riduttivo. Chi dice che ritrae donne solo in atti "osceni" sono i suoi delatori, quelli che non apprezzano il suo lavoro. Certo il lato erotico delle sue immagini è quello che colpisce di più. Ma l'erotismo arriva anche attraverso immagini che non mostrano nudità.
Il documentario di Klose attraversa il mondo di Araki in lungo e in largo, nel tentativo di far arrivare con immediatezza sia il fotografo che l'uomo, sia le sue foto che la poetica che hanno in sé. Un viaggio nell'anima dell'uomo e nella sua arte. Un'arte che può essere fonte di discussione attraverso le sue continue provocazioni, ma non certo si può definire pornografica o misogina. Ama le donne, ama le donne tout court senza distinzione. Klose ci mostra questo senza nessun pudore, mettendo in bella mostra anche le immagini più crude del fotografo, attraverso un montaggio serrato che in qualche modo "ricrea" l'anima e l'atmosfera che si respira sul set fotografico. Immagini supportate da due interventi di personaggi come Bjork e Kitano, che ammirano l'arte di Araki e cercano di spiegare la loro passione verso quelle immagini "fissate in quel sentimento".
Nonostante le critiche che riceve Araki è il fotografo più editato al mondo. Le sue foto sono pubblicate ovunque. Un riconoscimento alla sua arte, a quell'arte che va oltre sino a carpire l'anima del "soggetto" e fermarlo su carta.
Come il libro dedicato alla moglie, morta prematuramente e che ha immortalato in "Viaggio invernale", un libro struggente e doloroso, un passaggio di vita e di morte.
Un documentario forse "disturbante" ma che tutti dovrebbero vedere, e che consigliamo vivamente agli amanti della fotografia e del maestro giapponese. Da non perdere. E poi potremmo usare milioni di parole, ma non sarebbero sufficienti a descriverlo, quindi lasciamo che siano le immagini a parlare per lui e anche per noi...

da zabriskiepoint.net

giovedì 10 gennaio 2008

"LES FRUITS DE LA PASSION" DI SHUJI TERAYAMA


Tratto da un romanzo di Pauline Réage, "Retour à Roissy", "Les Fruits de la Passion" abbandona la Francia per ambientare la storia di Sir Stephen (Klaus Kinski) e di O (Isabelle Illiers) nella Hong Kong della fine degli anni '20, scossa dalla ribellione popolare contro l'occupazione inglese. O si lascia rinchiudere in un bordello dove si prostituisce e, in una totale assenza, regala il suo corpo ai giochi erotici dei suoi clienti, per provare, attraverso una cieca sottomissione e l'abbandono incondizionato alla volontà e al piacere di Sir Stephen, il suo amore per lui. In una sospensione contemplativa e straniante, Terayama costruisce un percorso e uno spazio labirintico, abitato da presenze fortemente caratterizzate e fissate in uno stato di perenne assenza, attraversata da una fitta trama di voci, dove alle diverse lingue parlate si sovrappongono la voce narrante e distaccata di Georges Wilson e l'irrompere passivo e doloroso della voce della stessa O.
I colori vibranti ed eccessivamente accesi del bordello si spengono per diventare una buia e pesante scala di grigi attraverso la quale viene disegnato il quartiere povero, dove brulicano in una alienante fissità l'odio e la ribellione, e si irradiano dolcemente, sospendendo l'immagine in una dimensione sognante e astratta, nelle sequenze che incarnano il fluire dell'universo interiore.
Nella loro estraneità stridente e contrapposta, le continue fratture narrative e visive disegnano un universo razionale e magico, dove la discontinuità e l'alterazione del rapporto di causa ed effetto rende possibile l'esperienza immaginaria, liberata dalla necessità di realtà e dalle convenzioni che la regolano. La meccanicità dello schema possessione/umiliazione/liberazione, attraverso il quale viene descritta la storia di O e che, nella sua rigidità narrativa, duplica e rafforza la gabbia interiore e fisica nella quale è imprigionata la protagonista, è solo un percorso apparente all'interno del quale si aprono continue fessure che irrompono come elementi estranei e dissociati, creando una continua lacerazione della visione.
Nell'accomularsi di deviazioni che, in un movimento disarticolato e per questo ancora più potente, vanno provocatoriamente dal delirio onirico dove l'infanzia è il tempo doloroso della repressione, all'incapacità dell'individuo di liberarsi della propria storia o del proprio ruolo, rimanendo dunque prigioniero del proprio passato e di una forma di effimera e alienante, all'irrompere allucinato del contesto sociale e storico, Terayama spoglia Isabelle Illiers di ogni consistenza per farne il centro ideale della pulsione erotica, che va a coincidere con lo sguardo e attraverso esso viene soddisfatta, rimandando direttamente alla scopofilia dell'esperienza cinematografica. O è una presenza passiva, privata della sua stessa ombra, ridotta a essere null'altro che la proiezione senza vita del desiderio di Sir Stephan, l'oggetto del suo sguardo e di quello del giovane grazie al quale O, alla fine del film, verrà liberata dal suo contratto di sottomissione.

da sentieriselvaggi.it

mercoledì 9 gennaio 2008

VALENTINA IN UNA SERIE TELEVISIVA


Della protagonista del fumetto di Guido Crepax si è letto e scritto copiosamente. Un po' meno si è parlato di una serie televisiva dedicata all'eroina di Crepax che ha in qualche modo rivoluzionato profondamente il mondo della televisione.
La serie è stata ideata e scritta da Gianfranco Manfredi, sì proprio lui, il papà di Magico Vento e Volto Nascosto, con la supervisione dello stesso Guido Crepax. Valentina "on the screen" è piombata dentro le nostre case fra il 1988 e l'89, in 13 episodi, diretti da Giandomenico Curi e Gianfranco Gagni, facendoci assaporare un universo davvero speciale, popolato da creature da incubo ma anche fanciulle bellissime, regalandoci camei d'attorialità davvero lussuriosi, in tutti i sensi. Fra le stars, o le allora quasi stars, che sono sfilate nel cast della fiction, ricordiamo oltre alla protagonista Demetra Hampton, anche Sabrina Ferilli e Kim Rossi Stuart, e ancora l'attrice spagnola Assumpta Serna. La serie prodotta da Angelo Rizzoli è stata trasmessa dalla rete privata Italia Uno, non so se allora già proprietà Mediaset, o ancora Rusconi.
Un telefilm, Valentina, che tentava di portare sul piccolo schermo le avventure dell'eroina erotica e trasgressiva per eccellenza del fumetto italiano, e che quindi, nonostante fossimo già negli anni '90, ha incontrato non pochi problemi di censura. L'operazione, come ci ha raccontato lo stesso Manfredi, da noi non ebbe molto successo, ma invece riscosse incredibili esiti sui mercati esteri. La serie venne tradotta e venduta in numerosi paesi del mondo regalando ulteriore successo al personaggio dei fumetti e al suo autore.
Peccato, ha precisato Manfredi, che nonostante il successo estero, di diritti, quelli d'autore, non si sia vista l'ombra. L'importante, diremo noi, è che un personaggio come quello creato da Crepax prendendo spunto dalle fattezze dell'attrice di muto Louise Brooks, sia riuscito ad arrivare sui nostri e sui "loro" teleschermi. Magari si potrebbe pensare a una bella operazione di restauro, oppure a una nuova edizione per la tv delle avventure della sexy eroina, anche per omaggiare il geniaccio veneziano scomparso nel 2003.
La storia di Valentina Rosselli, il personaggio del fumetto che invecchia, è una storia semplice, di fortuna e di casualità, come spesso accade nella vita vera. La donna più sexy della storia del fumetto italiano era, nel progetto editoriale primigenio, la protagonista delle avventure di cui poi è divenuta icona unica e insostituibile. Le storie per le nuvole parlanti disegnate e pensate da Guido Crepax per Linus, dovevano vedere protagonista Philip Rembrandt, critico d'arte americano, e Neutron il supereroe di cui lui indossa i panni, l'uomo dallo sguardo che paralizza. L'esordio della fotografa bruna destinata a diventare fidanzata del critico-supereroe, ma anche unica e incontrastata protagonista delle storie a fumetti, avviene nella terza avventura di Neutron , e dopo... dopo è storia.
Una storia bella e importante, di emancipazione, oltre che di erotismo e pruderie. Una storia a fumetti che ha avuto anche una trasposizione cinematografica negli anni '70 a opera di Corrado Farina che ha realizzato "Baba Yaga". Un personaggio determinante nel fumetto di Crepax, che ha concesso grande spazio e visibilità alla strega malefica dei racconti popolari russi e slavi e, secondo la tradizione, nonna del diavolo, nelle avventure di Valentina; magari affrancandola un po' alle credenze tradizionali, e facendola agire di conseguenza, nell'immaginario mondo sadomaso dell'eroina erotica delle nnuvole parlanti. Nel film di Farina la strega è interpretata da Carrol Baker, un'attrice di culto a tutti gli effetti, che ha debuttato nientemeno che ne "Il gigante" di George Stevens con James Dean, Elisabeth Taylor, Rock Hudson. Ma questa... è un'altra storia.

da nuvoleparlanti.blogosfere.it

sabato 15 dicembre 2007

"LUSSURIA - SEDUZIONE E TRADIMENTO" DI ANG LEE


Dopo il Leone d'Oro (e l'Oscar) di "Brokeback Mountain", Ang Lee riconquista il Leone d'Oro alla 64° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, e mette una nuova ipoteca sull'Oscar, rilanciando fino alle estreme conseguenze il suo mondo di passioni tumultuose, in una storia tutta cinese, ambientata sullo sfondo della seconda guerra mondiale.
Shanghai, 1941, la città è occupata dai giapponesi. Alcuni studenti cercano di organizzare una resistenza clandestina, prendendo di mira i collaborazionisti che lavorano per i giapponesi alla cattura dei patrioti cinesi. Tra questi viene individuato come bersaglio Mr. Yee (Tony Leung), uno dei capi della famigerata polizia segreta. Una giovane studentessa, Wong, aspirante attrice di teatro, viene incaricata di avvicinarlo. Trasformata nella ricca signora Mak, dovrà prima conquistare la iducia di Yee, cercando di rubargli quante più informazioni possibili, e poi eliminarlo. Il piano sembra funzionare. L'uomo, superprotetto e scaltro, a dispetto del suo carattere freddo e violento, si lascia prendere dalla passione per la giovane donna, che accetta di sottoporsi alle sue richieste ai limiti del sadomaso. Mentre il lavoro Di Wong diventa sempre più importante per la resistenza cinese, lei comincia a cambiare. Il legame con il signor Yee si fa sempre più stretto e Wong scopre che la sua identità si sta incrinando. E sarà proprio lei, quando finalmente il piano di soppressione dell'uomo sta per scattare, a metterlo in guardia, permettendogli di mettersi in salvo e altrettanto velocemente di arrestare e giustiziare tutti i componenti della banda, compresa lei stessa, dimostrando con fredda determinazione che l'omocidio è roba da veri professionisti.
Tratto da un racconto di Eileen Chang, "Lussuria", sotto la cornice di un elegante thriller erotico di spionaggio, racconta, come tutti i film di Ang Lee, il mondo dei sentimenti, visti in questo caso con gli occhi, o meglio con il cuore e con il corpo, di una donna. Raffinato, stilisticamente impeccabile, il film contiene alcune memorabili scene di sesso "geometrico", che ne costituiscono in un certo senso il nucleo più profondo, dove la paura e la passione si confondono, in un gioco disperato e sadico, che odora di morte. Ang Lee sembra essere arrivato al termine estremo di un percorso intorno ai turbamenti dell'animo umano. Siamo lontani anni luce dai garbati e misurati personaggi anglosassoni di "Sense and sensibility", tratto dal romanzo della Austen. Già in "Brokeback Mountain" la storia prendeva una deriva sentimentale tumultuosa e i due amanti riuscivano a malapena a contenerla a prezzo della loro felicità. Con "Lussuria" tutto il mondo razionale precipita. Non ci sono nobili cause che reggano, ma il prezzo da pagare questa volta è altissimo.

da primissima.it

martedì 11 dicembre 2007

LE REGINE DEL CINEMA EROTICO DEGLI ANNI '70


E' uscito il quinto volume dell'enciclopedia "Il cinema erotico italiano dalle origini a oggi". Dopo i primi tre libri, rispettivamente "Il pelo nel mondo", "Donne in prigione" e "Erotismo d'autore", la collana prosegue la strada della monografia intrapresa già dal quarto tomo: "Le dive nude: Edwige Fenech e Gloria Guida".
Questo volume è firmato da Gordiano Lupi e s'intitola "Sexy made in Italy". E' naturalmente la diretta prosecuzione del precedente "Le dive nude", che analizzava monograficamente la vita e le opere delle grandissime Gloria Guida ed Edwige Fenech.
In "Sexy made in Italy" invece lo sguardo è più ampio e sintetico, e va a completare "il resto del mondo" lasciato fuori dal quarto volume. Abbraccia infatti le carriere di quasi tutte le altre grandi protagoniste del nostro grande cinema erotico: da Laura Antonelli a Femi Benussi, da Nadia Cassini a Lilli Carati, da Sabina Ciuffini a Marisa Mell, da Maria Baxa a Lory Del Santo ad Antinesca Nemour a Patrizia Garganese ecc.
Non mancano, come sempre, le interviste esclusive e gli approfondimenti. Inoltre il volume è ricco di fotografie.

da booksblog.it

domenica 25 novembre 2007

OMICIDIO A LUCI ROSSE


Dopo il suo primo, grande gangster movie, "Scarface", Brian De Palma ritorna al thriller che gli ha regalato fortuna e donato la fama. Più vicino a "Vestito per uccidere" che a un "Complesso di colpa", almeno per stile, "Omicidio a luci rosse" è considerato uno dei punti più alti della filmografia dell'erede di Hitchcock. Che fonde innanzitutto due capolavori del maestro, quali "La donna che visse due volte" e "La finestra sul cortile", non limitandosi al semplice omaggio ma alla ricostruzione.
Ci sono quindi "due storie" in una: quella di un voyeur che spia una donna da una finestra all'altra, e quella di un uomo che crede di rivedere una donna che è già morta. Il protagonista è ovviamente uno solo: interpretato da un bravo Craig Wasson, il personaggio è un attore che soffre di claustrofobia (e non di vertigini...). La parte da leonessa comunque va di diritto a una quanto mai sensuale e bellissima Melanie Griffith, perfetta e con in più un gran bel carattere. Da questa storia nasce un'opera bellissima, particolare, singolare, profondamente depalmiana, che affonda le mani nella passione, nell'erotismo, nel mistero, nel sangue e nella tensione.
Ribadire che De Palma ha tecnica da vendere è ormai cosa naturale, ma ci sono da segnalare almeno la grottesca scena iniziale da contrapporre alla tesissima scena dell'inseguimento nel tunnel, le musiche bellissime - sempre del grande Pino Donaggio -, e il cameo dei Frankie Goes to Hollywood con la loro hit "Relax". E poi anche una sequenza che farà felici i fan dello splatter: l'omicidio della prima donna, che verrà ripreso e omaggiato da Bret Easton Ellis nel suo capolavoro "American Psycho". Da brividi.

da cineblog.it

sabato 27 ottobre 2007

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: FUORI CONCORSO "LIEBESLEBEN/LOVE LIFE"


"Love life" tratteggia un'ossessione, quella che Jara (Netta Garti) prova per Arie (Rade Sherbedgia), un vecchio amico dei genitori di lei. Tra di loro nasce una pericolosa relazione erotica che porterà Jara alla scoperta di un drammatico segreto nascosto nella storia della famiglia.
Una trinità di donne tiene le fila della storia. C'è Zeruya Shalev, l'autrice israeliana del best-seller da cui è stato tratto il film, che insieme alla tedesca Maria Schrader compie dei reading tour del suo libro. La Schrader da lettrice diventa probabile attrice del film che si decide di girare. Poi sceglie di diventarne la regista, e di raccontare il suo "Love life" e la sua Jara. Per ultima viene Netta Garti, che splendidamente porta Jara sullo schermo. Il risultato è un ritratto della figura femminile protagonista approfondito in mille sfumature, composito e allo stesso tempo coerente, strutturato ma organico. Per questo si tratta di un personaggio che non si riesce a definire in poche parole, e le zone oscure della sua psicologia - le ragioni profonde del suo comportamento - non indeboliscono ma anzi rendono più vivida la sua specificità, consegnandola allo spettatore attraverso "un'impressione d'emotività", un'empatia. La sua ossessione è da subito priva di qualsiasi razionalità, lei stessa all'inizio ne è sorpresa, come se fosse vinta da una strana malìa. Si ritrova legata ad Arie in un feroce gioco al massacro senza riuscire ad allontanarsene. Un rapporto dipinto in una sola pennellata da un loro scambio di battute in macchina: "Io distruggo la mia vita e tu muori di noia" dice lei. E lui risponde: "Tu sei affamata. Io sono sazio". Senza desideri, Arie la tortura, la colpisce dove è scoperta, nell'affetto e nella dignità. La nudità di lei diventa man mano sempre più una manifestazione della sua inoffensività: non a caso, per un attimo, la vedremo come un agnello sacrificale sulle sue spalle.
La storia si svolge in Israele. Ma fatta eccezione per due momenti sembrerebbe di stare in una qualsiasi altra parte del mondo; uno è all'inizio, quando Jara aspetta i suoi in un parco per festeggiare il compleanno del padre. Non li vede arrivare e ha paura che sia successo loro qualcosa. Subito il pensiero va a un attentato. Solo qui, e in un momento in cui si insiste sulle sirene delle ambulanze, c'è un accenno alla problematica quotidianità israeliana.
Questi momenti, come altri, danno la sensazione di una minaccia che irrompe improvvisamente nel circuito narrativo, infrangendo la linearità. C'è un'aria di pericolo, un dramma che striscia sotto la superficie della quotidianità. Ne emergono dei frammenti che incrinano la piatta ordinarietà delle cose: un gatto che viene investito, un bicchiere rotto... avvenimenti banali che sembrano assurgere a premonizioni o vere e proprie visioni che per un attimo compaiono sullo schermo. Con facilità la realtà scivola su un'altra realtà nascosta. Una trasfigurazione del quotidiano forse familiare a quella di "Prima del calcio di rigore" (sia nella versione di Handke che di Wenders), o a quella che si trova in un racconto di Carver. Ma qui tutto viene raccontato attraverso una profonda emotività. L'immagine sembra palpitare, tutta la rappresentazione è pervasa da una fragile sensibilità. Una sensazione rafforzata della camera a mano adottata in molte scene, anche statiche, che indugia sui primi piani di Jara e ne segue i movimenti. Viene conferito alla scena un particolare dinamismo, come se l'immagine fosse sul punto di prendere fuoco ma non bruciasse mai.
Qui l'ordinario nasconde effettivamente un segreto, concreto, che spinge per entrare, e farà il suo ingresso solo quando Jara avrà ormai perso tutto. Il male è nascosto nella famiglia, e per rinascere lei dovrà portarlo alla luce. Assume in questo senso una particolare risonanza la reticenza dei personaggi dei genitori di lei, e specialmente del padre, che non vuole sapere, non vuole vedere la realtà e rifiuta ogni evidenza del fatto che il segreto sta tornando a galla e distruggerà la famiglia. Una raggelante metafora dell'ignavia contemporanea.

da close-up.it

venerdì 12 ottobre 2007

DA BARICCO AL GRANDE SCHERMO, ARRIVA NELLE SALE "SETA"


Siamo nella Francia della seconda metà dell'800. Hervé Joncour (Michael Pitt) è un giovane soldato di famiglia benestante sposato alla dolce Hèléne Fouquet (Keira Knightley). Mentre il padre lo spinge a rimanere nell'esercito, Hervé decide di lavorare per l'imprenditore Baldabiou (Alfred Molina), che cerca di far rivivere gli antichi splendori della città riaprendo le fabbriche di seta chiuse da tempo.
L'imprenditore scopre che i suoi bachi sono infetti, implora allora Hervé di andare lontano... alla fine del mondo, in Giappone, una terra segreta e sconosciuta per comprare le uova di baco da seta più perfette al mondo.
Hervé inizialmente non vuole lasciare sola Hèléne, ma è proprio lei a incoraggiarlo a partire.
E' in Giappone che Hrvé incontra e rimane folgorato dalla bellezza di una misteriosa ragazza (Sei Ashina).
Dal primo momento in cui la vede avvolta in un kimono di seta blu, Hervé ne è stregato. Nei successivi viaggi, tra Hervé e la ragazza si stabilisce un muto ma profondo legame erotico.
Per lui è un'attrazione che diventa ossessione e un'ossessione che assume la potenza di un sogno.
Ma la crescente passione per la ragazza mette in pericolo tutto il mondo di Hervé: non solo la felicità che condivide a Lavilledieu con la dolcissima e fedele Hèléne, ma la sua stessa vita.
"Seta" è stato girato in Giappone, Italia e in altre location esotiche che ripercorrono l'itinerario di Hervé Joncour, che va dal Cairo fino alla Siberia.
Le location principali in Giappone si trovano presso la cittadina di Matsumoto racchiusa nel meraviglioso "Tetto del Giappone", mentre il villaggio di Hara Jubei è frutto della creatività dello scenografo e dell'architetto.
Gli straordinari ambienti naturali che appaiono nel film sono le montagne, le foreste e le sorgenti vulcaniche naturali di Matsumoto. Costumista del film è Kazuko Kurosawa, figlio del mitico Akira con cui ha lavorato in "Sogni, "Rapsodia in agosto" e "Il compleanno".
In occasione dell'uscita del film, uscirà nelle librerie dal 19 ottobre la nuova edizione del romanzo di Baricco edito dalla Fandango.

da cineblog.it

giovedì 20 settembre 2007

"UN HOMME PERDU": IL CINEMA FRANCESE SI VESTE D'EROTICO


I sei film 100% francesi che sono sbarcati ieri nelle sale nazionali illustrano alla perfezione la profonda varietà della produzione esagonale, dalla commedia per il grande pubblico ai film d'autore erotici, passando per tre opere prime. Dal canto loro, giovani e affermati autori esplorano così l'erotismo. Con protagonista Mathieu Amalric, "L'Histoire de Richard O" di Damien Odoul, presentato anche alla mostra di Venezia nella sezione Orizzonti esce da Bac Films in 32 copie, mentre MK2 distribuisce la sua produzione "Un homme perdu" della libanese Danielle Arbid, un film interpretato da Melvil Poupaud e Alexander Siddig che ha beneficiato di 400.000 euro di anticipo sugli incassi del Centre National de la Cinématographie (CNC) e che è stato selezionato all'ultima Quinzaine des réalisateurs di Cannes.
"Non è un film provocatorio, ma onesto", questo è come la regista ha descritto "Un homme perdu" alla sua presentazione. Dopo la guerra civile libanese vista attraverso gli occhi di una ragazza in "Dans les Champs de Bataille" (2004),. la regista libanese-francese torna sulla Croisette con la storia di una strana intimità fra un fotografo e un uomo senza memoria, ambientata tra Giordania e Libano.
Il road movie è liberamente ispirato alle avventure del fotografo francese Antoine d'Agata (che ha collaborato agli script) e Melvil Poupaud nel ruolo del suo potenziale alter ego, Thomas. In un viaggio, Thomas conosce un uomo misterioso (Alexander Siddig), che presto diventerà suo compagno di viaggio e modello. La macchina fotografica di Thomas riesce a cogliere però soltanto l'apparenza, e il passato dell'uomo resta sconosciuto, mentre il suo atteggiamento introverso affascina Thomas, che decide di scoprire la sua identità.
"Un homme perdu" è il film basato sui personaggi, e in questo caso il legame psicologico tra i due uomini è più importante dell'indagine, che si sviluppa nell'ultima mezz'ora del film. Prima di questo, la Arbit ambienta il film in bordelli, hotel e nightclub, filmando quello che le registe donna di solito non fanno: il desiderio maschile.
Molte sequenze comprendono incontri sessuali che diventano session fotografiche per il prossimo libro di Thomas. I corpi femminili sono chiaramente definiti come oggetti del desiderio. A ogni modo, e proprio perché la Arbit è una donna, le scene, seppur esplicite, non sembrano mai scontate e volgari. Sono fondamentali per il vincolo creato fra i due personaggi principali.
"Ci sono due mondi che dovrebbero essere separati: quello del sesso e quello che lotta contro il peccato; uno sobrio, l'altro che cerca a tutti i costi la contaminazione", ha detto la Arbid. "Volevo metterli di fronte e mischiarli".

da cineuropa.org

venerdì 7 settembre 2007

"FLOWER AND SNAKE": TRA FIORI, SERPENTI E BONDAGE


Shizuko (Aya Sugimoto), un'affascinante ballerina di tango, ha deciso di mettere da parte la carriera per dedicarsi interamente al matrimonio. Suo marito è un ricco uomo d'affari con un approccio maniacale al lavoro: le notti della giovane donna sono così solitarie e fredde, ma piene di fantasie erotiche. Shizuko non sa di essere al centro delle oscure macchinazioni di Ippei Tashiro (Renji Ishibashi), 95enne, un boss della yakuza che si fa chiamare "principe delle tenebre". Verrà trascinata, suo malgrado, in un giro di sesso sadomaso, nel quale perderà ogni candore. L'erotismo spinto dell'oriente arriva anche in Italia, con tre anni di ritardo, ma non mancherà di far discutere.
La storia è tratta da un romanzo manga molto noto in Giappone, dell'autore fetish Dan Oniroku, considerato un maestro del genere "bondage sadomaso". Fin dal suo primo numero la popolarità è stata tale da farlo considerare un vero cult dei classici sulle fantasie sessuali di stupro.
Nel film c'è una sola scena di violenza fisica portata all'eccesso. In generale, comunque, quello dello stupro è un tema costante e la sceneggiatura prevede una sola scena d'erotismo consensuale. In ogni altro momento, il bondage praticato su giovani donne e arricchito di dettagli forti ha la meglio.
Il primo "Flower and snake" è stato girato nel 1965 dal regista Iwate Shintaro. Vi è stato poi un remake, nel 1974, da parte di Komua Masaru. Entrambi furono classificati come "romanzi porno" di serie B. Il film è stato girato nel 2004 e Ishii Takashi ha girato anche un sequel, "Flower and snake 2", che in Giappone è uscito in DVD nel 2005.
Per quanto in Giappone il film sia stato vietato ai minori di 18 anni, in Europa questa restrizione è stata tolta perché, in effetti, non ci sono scne d'inquadratura diretta di organi genitali ben visibili. Non è comunque stata applicata nessuna censura alla pellicola.
Ishii Takashi non è al suo primo film di questo genere. Nel 1970 è stato l'autore del manga "Angel Guts", una storia di orrore e stupro, che ha poi dato vita a una serie di cinque film. Il quinto segnò il debutto di Takashi come regista, nel 1988. Nel 2000 ha toccato nuovamente il tema con la pellicola "Freeze me".

da mymovies.it

mercoledì 5 settembre 2007

KEIRA KNIGHTLEY E MCEWAN: AMORE, LETTERATURA E LACRIME


Il suo destino da diva è girare sempre film in costume. Qui al Lido, però, Keira Knightley abbandona i panni dell'eroina spadaccina e sfondabotteghini della trilogia "Pirati dei Caraibi", per immergersi nel dramma passionale e a tinte forti di "Espiazione", diretto da Joe Wright e tratto da un libro di Ian McEwan: storia di bugie, amori impossibili e sensi di colpa, ambientato nell'Inghilterra anni '40. Film d'apertura (in concorso) di questa Mostra numero 64 a Venezia.
"Adoro interpretare personaggi romantici, meglio se tratti da romanzi", confessa lei, abito bianco e blu, sorriso accattivante e fisico quasi scheletrico "perché con un libro hai più materiale a cui attingere, più elementi per studiare il ruolo".
Il riferimento, probabilmente, è anche all'altra pellicola in cui è stata diretta da Wright, "Orgoglio e pregiudizio", per cui Keira è stata candidata all'Oscar. Ma in "Espiazione", accolto con applausi alla prioiezione per la stampa di questa mattina, al Palalido, le atmosfere, rispetto al classico di Jane Austen, sono molto diverse. Siamo in una facoltosa villa della campagna inglese, alla vigilia della Seconda guerra mondiale: la tredicenne Briony (Saoirse Rowan) assiste con paura, e con la sessuofobia tipica di quell'età e di quell'epoca, all'esplodere della passione tra sua sorella maggiore Cecilia (la Knightley, appunto) e il bel tenebroso Robbie, figlio della domestica.
Così, quando una cugina viene stuprata da uno sconosciuto, Briony non esita ad accusare proprio Robbie.
Termina così la prima parte del film: la più efficace, nel suo rendere il crescendo erotico dei due protagonisti, e in contemporanea la paranoia della piccola testimone. Poi il film cambia scenario e ci fa vedere l'esperienza bellica di Robbie, inviato in Francia, e l'attesa di Cecilia del suo ritorno. Mentre Briony, ormai diciottenne (interpretata da Romola Garai) comincia a rendersi conto della tragedia che ha provocato, e di trovare una strada tra senso di colpa e desiderio di espiazione.
Ma dal terzo e ultimo segmento della storia (in cui Briony ha il volto carismatico di Vanessa Redgrave) fa capire che l'intreccio tra realtà e finzione, nella vicenda d'amore tra i nostri eroi con annesse ingiustizie subite dalla sorella minore, è più complicato di quanto si possa pensare.
Questa la trama, per un film che è una sfida difficile, visto il confronto con l'opera letteraria da cui è tratto: "Espiazione" è un romanzo amatissimo dai lettori di mezzo mondo, inserito dalla rivista Time tra i cento migliori film di tutti i tempi. "Per affrontarlo", spiega il regista "l'importante è stato rimanere fedeli alla propria esperienza del libro. Seguire il proprio istinto". E lo sceneggiatore, Christopher Hampton, aggiunge che "McEwan è anche il produttore associato della pellicola: quindi evidentemente ha apprezzato il nostro lavoro".
Ma i riflettori, oggi, sono soprattutto per la diva protagonista. Parlando del film, Keira ammette che in primo tempo il regista aveva pensato a lei per il ruolo di Briony diciottenne. "La lettura del copione", spiega l'attrice "mi ha fatto piangere: per questo ho scelto di partecipare al film. Ma mi sono subito innamorata del personaggio di Cecilia, adoro i ruoli romantici. Una donna grande, a mio giudizio, anche se un po' senza direzione. E poi la storia della ragazza che cresce e diventa donna l'avevo già esplorata con Joe in "Orgoglio e pregiudizio".
Quanto al resto, la Knightley smonta in primo luogo l'ipotesi di un "Pirati ai Caraibi 4": "Non sono interessata, la trilogia è meglio e tre è un numero perfetto". E commenta con un minimo di fastidio il suo recente ruolo di testimonial, con foto senza veli, di un profumo Chanel (in cui le sue forme appaiono ritoccate, con un seno più prosperoso di quello reale): "Non bisogna confondere, come fa anche la protagonista di 'Espiazione', tra realtà e immaginazione", sottolinea. "Le immagini dei giornali patinati, e in generale dei media, sono sempre diverse dalla verità, grazie al trucco, alle luci, ecc". Ma questa sera, al tappeto rosso per la cerimonia di apertura della Mostra, i riflettori sono tutti per lei.

da repubblica.it

mercoledì 29 agosto 2007

"BREATH", UN SOFFIO D'AMORE GAY

E' in arrivo sui nostri schermi, più esattamente il 31 agosto, uno dei personaggi gay più negativi visti ultimamente al cinema: trattasi del carcerato omosessuale compagno di cella del protagonista Jin nel prezioso "Soffio - Breath", dramma minimalista del regista cult coreano Kim-Ki Duk che avevamo apprezzato - con alcune riserve - all'ultimo Festival di Cannes.
Negativo non per la sua omosessualità, ma per il suo carattere possessivo e geloso, per la cattiveria con cui fa continui dispetti al suo amato che non ricambia assolutamente le dolci attenzioni - anzi, è fortemente infastidito dalle sue continue carezze e premure - visto che è invaghito nuovamente della sua ex Yeon, moglie infelice con l'hobby della scultura tradita ripetutamente dal marito. Lei l'ha ritrovato sapendo dei suoi ripetuti tentativi di suicidio attraverso il telegiornale e, al fine di alleviargli le pene della reclusione, va spesso a trovarlo in carcere. Per distrarlo improvvisa gioiosi numeri musicali con uno stereo portatile e si mette a foderare la stanza dei colloqui con improbabili tappezzerie colorate il cui soggetto sono rasserenanti panorami naturali.
Mentre Jin attende fremente le visite di Yeon, unica boccata d'aria durante le sue tristi e monotone giornate in carcere insieme ad altri tre detenuti, il compagno di cella gay non si rassegna al rifiuto amoroso di Jin: gli strappa di nascosto le foto di lei e arriva a mangiarsele quasi compiaciuto delle crisi di furore dell'amato che sfoga in rabbiosi pestaggi. Così, almeno, riesce ad avere - seppur violentemente - un contatto fisico con lui.
E' la prima volta che Kim-Ki Duk tratteggia un personaggio dichiaratamente omosessuale in un suo film - ma vibravano sottopelle attrazioni lesbo nel deludente "La Samaritana" - ed è innegabile il lirismo poetico del regista nel rendere sottilmente erotico ma non volgare il controverso legame tra i due uomini (per intenderci, siamo dalle parti di "Un chant d'amour" di Genet piuttosto che verso le morbose atmosfere sadomaso in "Fuga di mezzanotte"). Da contestare è invece il ridotto approfondimento psicologico del personaggio, quasi astratto nella sua passionalità incondizionata. C'è però della magia visiva in questo "Soffio", capace di emergere a tratti. Sicuramente si tratta di un film interlocutorio nella carriera dell'apprezzato regista coreano di "Ferro 3" e "L'isola" - è stato girato in due sole settimane con un budget molto ridotto - ma, nonostante troppi simbolismi esibiti e una certa esilità narrativa, si intravede la scintilla del grande autore. Molto bella la fotografia pastosa di Jong-Moo Sung.
Chi ama il cinema orientale non se lo perda.
da gay.it

venerdì 24 agosto 2007

UNA FOLLE STORIA D'AMORE TRATTA DALL'OMONIMO ROMANZO DI PATRICK MCGRATH

Stella è la moglie dimessa e gentile di uno psichiatra ambizioso, vicedirettore nel manicomio di Broadmoor. Condannata dalle convenzioni sociali a essere unicamente la buona moglie di un prestigioso marito, Stella cerca e trova in Edgar Stark, un paziente consumato da una gelosia psicotica, la sua ribellione. Travolti dalla vertigine dei sensi, i due diventano amanti alimentando voci e sospetti. La clinica psichiatrica diventerà molto presto troppo stretta per quella passione, che li spinge alla fuga e a una clandestinità dolorosa e appassionata.
"Follia" è la raffinata trasposizione cinematografica che il regista David Mackenzie ha realizzato dell'omonimo best seller di Patrick McGrath edito da Adelphi nel 1996. Presentato al Festival di Berlino del 2005, "Follia" è la storia dell'amour fou tra la moglie di un brillante psichiatra vicedirettore di un manicomio e un artista ricoverato per uxoricidio. Degna di nota l'attrice protagonista, Natasha Richardson, che si è brillantemente calata nei panni della moglie depressa e inappagata pronta a gettarsi tra le braccia dell'affascinante paranoico Edgar, interpretato da Marton Csokas; Stella ed Edgar alimenteranno la loro passione tra i corridoi dell'ospedale, isolandosi dal resto dell'ambiente per dare vita a un'escalation di folle erotismo che porterà alla distruzione. Il marito, il figlio, i dottori, tutti sono ingannati da Stella, ma lei è sempre e comunque la vittima di un gioco che la vedrà soccombere. "Follia" non è semplicemente una storia d'amore, è quella di un'ossessione d'amore che dà le vertigini, e ancora, quella di un'ingiustizia sociale: il potere psichiatrico di classificare un individuo e diagnosticare misteriose malattie mentali, rischiando di ridurre il paziente a qualcosa di meno di un essere umano.


da cinecapitol.com

venerdì 13 luglio 2007

LA DUCHESSA DI LANGEAIS


Balzac e la Nouvelle Vague. Un'affinità elettiva che dura da mezzo secolo: "Se si vogliono fare dei film, bisogna leggere due scrittori: Balzac e Dostojevski" sentenziava Rohmer nei primi anni '50; mentre nel '59 è François Truffaut a dichiarare la propria devozione al romanziere parigino, autore della "Comedie Humaine", nei "400 colpi", con il "plagio" di un suo romanzo perpetrato dal piccolo Antoine Doinel, irresistibilmente catturato dalla maestria della sua prosa.
L'amore di Truffaut per la letteratura di Honoré de Balzac è cosa nota ma è Jacques Rivette ad adattare, finalmente, uno dei suoi racconti, "La duchessa di Langeais", per il cinema.
Rivette dà vita al melodramma di un amore funesto, mai fisico e pertanto sublimato fino all'ossessione, vissuto e sospirato all'interno dei claustrofobici saloni dell'aristocrazia parigina sotto la Restaurazione, quando passato il terrore per la "hache", la ghigliottina, questa si ritrova a godere dei propri frivoli privilegi.
La ricostruzione scenografica è al contempo fedele e straniante: come ne "La nobildonna e il duca" di Rohmer i pavimenti scricchiolanti, un sonoro in presa diretta che restituisce i rumori d'ambiente, ricordano che dopotutto è sempre una finzione, una récit. E che è nei sogni anelanti dei due amanti platonici che si trova la verità, nelle loro inconciliabili posizioni, nelle convenzioni sociali e nelle confessioni religiose che li dividono sin dall'inizio.
La pellicola si dimostra preziosa per la composizione delle inquadrature, che alternano la luminosità dei saloni da ballo, ai toni bruni del boudoir della duchessa, dell'appartamento di Montriveau e, infine, del convento dove cinque anni dopo la donna si è rinchiusa per sfuggire alla nefasta passione.
I momenti di intimità tra i protagonisti, Antoinette di Langeais (Jeanne Balibar) e Armand de Montriveau (Guillaume Depardieu), sono sempre consumati in un'oscurità rischiarata soltanto dalla luce dei candelabri, che tagliano con effetti chiaroscurali i volti degli amanti.
Nella ricerca di un rapporto fecondo con la letteratura, Rivette trova soprattutto la pittura, che non si risolve nella consueta creazione di tableaux vivants - come accadeva nelle taverne ricreate da Forman per il suo "Goya's Ghost" - ma interagisce con gli elementi più specifici del linguaggio cinematografico per restituire le emozioni e la statura dei suoi personaggi. Rivette realizza così sequenze di grande sensualità, sfruttando l'alchimia erotica degli interpreti in una continua frustrazione del desiderio che finisce per coinvolgere anche lo spettatore.
Le convenzioni sociali, i codici morali e gli intrighi raccontati da Balzac nell'altro grande affresco letterario che è "L'Historie des treize", emergono soprattutto grazie alla navigata esperienza degli attori, la principessa di Balumont-Cahuvry di Bulle Ogier e il Visdomino di Michel Piccoli; ma "La duchessa di Langeais" incontra la sua essenza nella narrazione di questa passione lacerante e fatale, risultando molto più vicina al truffautiano "La signora della porta accanto" che non allo storico - ma molto più politico - "La nobildonna e il duca".
Un tratto assimila comunque le due opere: un programmatico distacco dall'attualità, dalle contingenze politiche e sociali che porta questi autori a rifugiarsi nella Storia - oltre a questo "Ne touchez pas la hache", i rohmeriani "La nobildonna e il duca" e "Triple Julien" dello stesso Rivette ma anche "Cuori" di Resnais, così avulso da ogni riferimento all'attualità, incorniciato da una neve purificatrice.
La contemporaneità sembra aver perso il suo fascino agli occhi dei giovani turchi di un tempo. Aver esaurito quel potenziale che pareva infinito nelle intellettuali cronache parigine di "Paris Nous Appartient" o in gran parte della produzione rohmeriana, sempre votata alla rappresentazione di ceti alto borghesi ma così puntuale nella descrizione della sua città, Parigi, o degli usi e costumi mutati.
A una quotidiana rozza e volgare, la vecchia guardia della Nouvelle Vague oppone una ricerca del bello sempre più raffinata, dando luogo a una sintesi delle arti, a un'esperienza estetica a 360°.

da mymovies.it

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