
Hanno la grinta imbronciata e sono diventati ipocondriaci e torvi i vecchi instancabili onanisti degli anni '70, gli anni dell'edizione italiana di Playboy, gli anni del fumetto erotico, della pornografia democratica e del peccato a viso aperto. Eppure, a prima vista, quel loro Playboy era un'oasi giocosa, uno stato di grazia, il luogo buffo delle macchie colorate e delle linee luminose, della natura non ancora contaminata dal chirurgo, della pornografia come stazione di posta di un cammino intellettuale, come riposo dell'intelligenza. E però quelli erano gli anni di Franca Viola, della strage del Circeo, della violenza come concentrato di quelle trasmissioni sessuali che uccisero Pier Paolo Pasolini il 2 novembre del 1975, mentre Playboy in edicola mostrava Ursula Andress "mai così nuda", Playmen spogliava in esclusiva l'attrice televisiva Paola Tedesco, e al cinema arrivava l'attesissimo "Emmanuelle nera" di Albert Thomas (pseudonimo di Adalberto Albertini), seconda prova, dopo il successore di "Amore libero", della bellissima e dimenticata diva indonesiana Laura Gemser, musica di Nico Fidenco. Dunque non fidatevi degli ormai attempati e canuti pornografi che confessano di intenerirsi davanti ai poster erotici di quell'ironico ed elegante giornale che era Playboy.
C'è qualcosa di sfuggente negli occhi umidi che tornano a posarsi sulle playmate d'antan, da Florinda Bolkan a Iva Zanicchi (1979), e le guardano come fossero stampe seppiate ai sali d'argento, antichi gioielli incastonati nella carne viva della liberazione sessuale, dell'homo eroticus, dell'uomo dei piaceri, dell'uomo in rivolta contrapposto all'uomo a una dimensione che era stato denudato non da Angelo Frontoni ma da Herbert Marcuse. Forse più che la storia di una liberazione in quelle immagini c'è la storia di un imprigionamento, sono il laboratorio clinico d'Italia, il luogo in un continuo rilancio, disturbi dell'anima che prendevano la forma di quella briccona di Biancaneve che sfiancava i sette nani usando, nelle pause, il respiro di Eolo per rinfrescarsi, e poi c'erano le labbra a imbuto di Zora la vampira, sino a Frieda Boher che fabbricava golosa un insaziabile Frankenstein della lascivia. In realtà, nonostante le interviste impegnate e l'esibizione delle grandi firme della cultura "antifascista, laica e progressista", Playboy non fu mai, come si pretende, una bomba laser sulla limpidità dei nostri costumi nazionali. Non lo fu perché l'impegno non era vero, e comunque non abbastanza per quella generazione avvelenata dall'ideologia, e non lo fu perché la pornografia in Playboy rimaneva troppo americana e dunque visionaria, pettegola, espansiva e tutto sommato troppo pulita per una generazione che al didietro filosofico di Valentina preferiva le storie di Porfirio stupratore di conigliette.
Più che dal nudo di Marisa Mell, la pruderie italiana si faceva affascinare e scandalizzare dalla bagnina vogliosa e dalla ragazza di campagna che scopre quant'è bello accomodarsi sul water per lasciarsi spiare. A quei tempi i magistrati moralisti consentivano circa un anno di vita media ai giornali più decisamente porno. Sebbene anch'essi ingenui, a differenza di Playboy, erano giornali che non mentivano, non travestivano di cultura gli sfoghi liberatori di un Paese represso dal cattolicesimo più sessuofobico del mondo. E dunque cambiavano testata, quei giornali, ma restavano uguali e il direttore era uno solo, sempre lo stesso per tutti, con residenza - si diceva - a Lugano. Si chiamava Remo Gherardi e ho sempre pensato che non esistesse, che fosse solo un ectoplasma giuridico. D'altra parte posso testimoniare che quei giornali, così diffusi e così avventurosi, furono una risorsa anche per i giovani giornalisti squattrinati. Ne ricordo uno che, durante l'estate del 1975, lavorava, precario come me, nella redazione esteri del quotidiano l'Avvenire. Ebbene, ogni settimana andava, con un'aria più o meno clandestina, in un appartamento di corso Buenos Aires a Milano per ritirare un pacco di foto che, tre giorni dopo, restituiva con una storia di quattro cartelle: decimila lire a cartella. Come pseudonimo, quel mio amico, oggi una firma molto nota e stimata del giornalismo italiano, usava il nome di un suo ex compagno di classe che - ricordava - era un erotomane perché, intervistato dal giornale scolastico, aveva confessato di essersi masturbato sino a sette volte in una notte e di dormire con Playboy sotto il cuscino e un fazzoletto sul comodino.
Comunque gli italiani, già smaliziati, sapevano che la barba non fa il filosofo, perciò accoglievano con benevola ironia le false sembianze di Playboy, sapevano dove trovare la morbosità e pensavano che ognuno è come il cielo l'ha fatto e qualche volta pure peggio. In questo senso, per esempio, i furori liberatori dei giovani italiani entravano in confusione dinanzi ai racconti a fumetti, su "Linus", di Georges Pichard e Wolinski (Paulette si chiamava l'eroina) così abbondanti di fenomenologia sofisticata ma pignola, viscerale ma psicologizzante. Ho un amico, allora marxista leninista, il quale custodisce gelosamente le collezioni di quei Playboy, provenienti da tutta Europa.
L'edizione tedesca, per esempio, era lugubre, professorale e drammatica mentre quella inglese era compassata e professionale, con una punta di dandysmo avventuroso... Neppure i grandi classificatori di fantasmi saprebbero orientarsi in questo labirinto di pulsioni, in questa divina commedia del movimento onanista internazionale, in questa galleria di surrogati cartacei della donna, nella celebrazione in chiave grottesca di quella grande tragedia che spesso era ed è il sesso, soprattutto nell'Italia delle mamme e di Maria. Da noi anche la pornografia, come tutto il resto, aveva bisogno dei colpi di teatro e dunque era geniale e scenografica, magniloquente e calda, passionale, più popolaresca che popolare, ambigua e un po' cialtronesca, come erano appunto, in tutt'altro campo, i libri rivoluzionari dell'epoca. Chi aveva vent'anni nei '70 ricorda bene, per esempio, i libretti divulgativi del compianto, mite professore trotzkista Livio Maitan, che era una specie di contraltare di Lucio Battisti, era il rifugio dei giovani impegnati che, se l'avessero avuta, avrebbero anch'essi offerto la loro "motocicletta dieci hp" pur di far sesso con la donna inarrivabile dei loro sogni, un po' di sesso e basta: giusto "il tempo di morire" (1970). E invece si contenevano di Playboy, che era liberatorio nel senso dello svuotamento di sé, e dell'opuscoleria rivoluzionaria, che era liberatoria nel senso di riempimento di sé perché spiegava il mondo in ottanta pagine.
In realtà moriva, sia negli opuscoli politici sia nella pornografia democratica, l'illusione della ribellione come risorsa, come ricchezza, come pozzo profondo della liberazione e della creatività del '900 italiano. E dunque la sera si cantavano le canzoni politiche, e quelle del già vecchio Fausto Amodei erano le più strambe, soprattutto la ballata del tarlo, il vorace animaletto che aveva "l'idea nobile / di divorarsi tutto quanto in un mobile". Poi ci si tuffava dentro un "Mandel" o appunto un "Maitan", uno dei tanti manuali del pensiero veloce che mettevano i giovani rivoluzionari in confidenza con gli economisti e con le grandi teorie, permettevano loro di sbuffoneggiare su Marshall e sulla Tricontinental, sull'Ufficio Studi della Comit e sulle strategie della Fiat. E infine di notte, molti di questi maschi liberati si rinchiudevano ciascuno nel proprio surrogato snervante, ben lontano dalla donna concreta, dal suo erotismo reale, dalla banalità del suo mistero. Anche se è vero che alla fine la donna fantasma, nelle sue varie versioni di sottomessa, autoritaria, fatale, infernale, educanda, sino alla "macchina da fottere" di Bukowski e alla "liberata" delle femministe, vale quanto le costolette che i cardinali e i preti vorrebbero ancora friggere sulla graticola biblica dei luoghi comuni maschili, e quanto "le belle membra" cantate dai poeti o dai campioni di Sanremo, o ancora quanto le quote rosa della sociologia femminista...
E' una malinconica illusione quella del sesso liberato e oggi, come allora e come sempre, la pornografia è una medicina sintomatica per malati inguaribili. Ma, in quegli anni, come Maitan confezionava trampoli culturali per ragazzi senza gambe e consentiva ai piccoli leader studenteschi di citare la teoria del valore-lavoro saltando la lettura di Marx, così la pornografia di massa confezionava brividi di liberazione, illusioni di maledettismo in molti di quei ragazzi che spesso erano tristi, proprio come il "ragazzo triste" di Patty Pravo, e si portavano dentro quel rapporto tragico con il sesso che ancora oggi periodicamente diventa cronaca nera, sempre sull'orlo di una crisi di nervi, sulla soglia di un collasso psichico e affettivo, di una catastrofe emotiva, di quello splash che ogni uomo nasconde nella sua personale zona proibita, ciascuno con il suo carico di mistero e di normalità. E bisogna dire che quei libretti politici e quei geniali Playboy sono stati - non bisogna credere troppo a chi millanta - i testi di formazione, il pane e le rose di una generazione: "Cosa ha veramente detto Marx" e Carmen Villani: "Il capitale in trenta pagine" e Justine; L?Ubalda e "La distruzione della famiglia"; Gloria Guida e "Servire il popolo"; Nadia Cassini, Orchidea De Santis e la scuola di Francoforte. Per arrivare da un lato ai monaci lascivi, alle amanti lussuriose, alle hostess in preda a furori uterini e dall'altro all'assassinio di Aldo Moro il 9 maggio del 1978 con in copertina Nastassja Kinski fotografata nuda da Angelo Frontoni. Si può rimpiangere quel Playboy edizione italiana? Sicuramente è finita l'epoca della sporcizia sublimata nel racconto, della pornografia come narrazione e come finta rivoluzione sessuale. A nessuno importa più la trama costruita attorno alla sozzeria: meglio vedere subito il fallo gigantesco, il rapporto pervertito, l'orgia, il bestialismo, il sadomaso, il feticismo, il fantasma che c'è nella testa. Ma è anche l'idea di decenza pubblica che è finita.
Ciascuno può privatamente trovare su internet qualsiasi forma di sudiciume, dalla trasgressione allegra alla malattia. E nei quartieri a luci rosse ci sono locali con lunghe teorie di cabine singole nelle quali ci si masturba in assoluta e blindata solitudine, al buio e davanti a un televisore che proietta filmini senza storie, ma classificati per genere.
E forse è meglio che dalla decenza pubblica si sia passati all'indecenza privata, dalla comunità dei viziosi al vizio individuale. E tuttavia si può rimpiangere quel Playboy edizione italiana, anche se certamente sbaglierebbero a riportarlo in edicola. Se infatti gli vogliamo un po' di bene è perché è entrato fragorosamente, come Orlando in un campo di saraceni, nel chiasso e nel fumo degli anni '70, ed è uscito, compostamente, nel 1987, quando era finita la rivoluzione borghese della débauche italiana, in silenzio e dolcemente, come esce una nuvola da un paesaggio.
da velvet.repubblica.it
















